[2021] Jambiani NotesRaccontiamo il cambiamento
piedi scalzi
Studentessa a Kikadini | ©Gabriele Orlini, 2021

Shagala bagala*

Dal taccuino di Gabriele Orlini

*in swahili: è tutto un casino.

Poco più di tre anni. La mia assenza dall’Africa.
Un lasso di tempo enorme, almeno per me che dell’Africa ne ho fatto tesoro: professionale e umano – anche se poi come uomo rimane una mia arroganza anche solo pensarlo.
Poco più di tre anni e per Lei è trascorso solo un istante; e allo stesso tempo un secolo.

Un continente immenso e, in origine, senza confini. Dove ottusi righelli e appuntite matite  nelle mani di sudati europei in sahariane color kaki ne hanno tracciato le linee di frontiera come fossero dei campi di gioco nella sabbia. E furono un tedesco, un inglese, un francese, un portoghese, e un italiano, pure un belga e un olandese, come in una barzelletta mal riuscita, disegnarono quei confini che ancor oggi possiamo ammirare in quella parte del mappamondo a testa di cavallo che ha dato i natali all’Uomo che siamo.

Cinquantaquattro paesi dai nomi esotici, letti la prima volta da ragazzo, nei libri di avventura molti dei quali ora cambiati per cancellare il ricordo di un colonialismo che spesso si concluse in guerra civile. Ma che ancor oggi, nell’etica di un mercato non equo e men che meno solidale, ne controlla moneta ed economia. Cinquantaquattro paesi dai nomi esotici e misteriosi dove più della metà trovano posto nel mio passaporto come figurine di un albo che non completerò mai. Perché anche i doppioni, qui, sono una prima volta. Cinquantaquattro paesi, un continente immenso, che se solo sapesse alzare la testa, anche solo per un istante, potrebbe guardare il mondo delle barzellette e farsi una crassa risata. 

L’Africa, ancor prima di un pensiero è come quel muscolo che non sapevi di avere ma che ne senti il dolore; come quando, per la prima volta, fai un esercizio strano.
Lei si muove, si trasforma, e rimane sempre la stessa. E forse è proprio questo il bello dell’Africa: beffarda sin dall’inizio ti accompagna in una dimensione che non ti appartiene e la fa tua. Beffarda fino alla fine nel ribaltare in un solo giro di mano le tue certezze. E tu continui ad amarla perché non puoi – o molto semplicemente non vuoi – fare diversamente.

L’Africa, questo continente immenso dai molteplici colori e dai mille odori, ancor prima di una terra dalla geografia straordinaria è la terra degli uomini normali; di quelli che attendono un tempo che spesso non arriva, di quelli che attendono il buio per socchiudere la porta di casa – che tanto rimane sempre aperta, di quelli che – nella penombra delle proprie abitazioni – smettono per un istante di sorridere.

Dell’Africa ti rimangono i piedi sporchi.
Che appaiono più puliti se ti prendi il disturbo di camminare scalzo.
E tentare, per un istante, di tornare a essere un uomo… normale.

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Racconto le storie dei singoli, uomini e donne che insieme formano quel puzzle scomposto chiamato Umanità e a cui tutti, in qualche modo, apparteniamo.
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