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L’ultima strega

Un po’ dottoresse, maghe e psicologhe, arrivavano laddove la medicina ufficiale non arrivava o arrivava troppo tardi. Antonietta è oggi l’ultima erede di quella stirpe di contadine erboriste, di maghe curatrici che forse ha dato origine alle credenze popolari locali. Ragazze, donne, anziane che hanno imparato l’arte della cura grazie a insegnamenti tramandati di madre in figlia, di suocera in nuora (…)

L’ultima strega

Dalla finestra della mansarda le pendici boscose della Valle Argentina sfumano della nebbia di un grigio pomeriggio di inizio aprile. Siamo nell’entroterra ligure, vicini al confine con la Francia: terra di paesi arroccati come nidi d’aquila, di campanili i cui rintocchi si rincorrono da pendio a pendio, di superstizioni che acquisiscono sempre più peso man mano che ci si lascia alle spalle la civiltà nota, i centri commerciali, le ferrovie.
Restano foschie, silenzi, tornanti. Leggende, anche.

Triora da quassù è un groviglio di tetti grigio rossastri. In lontananza, dall’altro lato della valle, un grumo di case strappa il verde-blu del bosco. «Quello è Galè – indica Antonietta, la mano nodosa che sfiora i vetri offuscati di condensa – e oltre quella costa c’è Cetta. E là, lo vedete il ponte di Loreto?». Per Antonietta Chetta, 91 anni, la geografia accartocciata di queste vallate è cosa semplice, i nomi delle borgate limitrofe immediati come quelli dei suoi figli. O delle sue erbe, che poi è un po’ la stessa cosa.

Di erbe, malocchio e bàgiue

Nel borgo delle streghe – come è chiamato Triora in virtù del grande processo per stregoneria che vi ebbe luogo tra il 1587 e il 1589 – Antonietta è oggi l’ultima erede di quella stirpe di contadine erboriste, di maghe curatrici che forse ha dato origine alle credenze popolari locali. O che, più probabilmente, ciascun paese ha sempre avuto: ragazze, donne, anziane che hanno imparato l’arte della cura grazie a insegnamenti tramandati di madre in figlia, di suocera in nuora. Un po’ dottoresse, maghe e psicologhe, arrivavano laddove la medicina ufficiale non arrivava o arrivava troppo tardi.

«Queste sono zone di montagna – spiega Sandro Oddo, ex impiegato comunale di Triora ora in pensione ed esperto di folklore locale , la gente non era abituata ad andare dal dottore. Soprattutto nei borghi più isolati della valle una persona esperta di erbe era sempre presente, perché se avessero aspettato l’arrivo del medico… ». Nel libro “La medicina popolare nell’alta Valle Argentina”, Sandro ha raccolto le usanze curative della zona e tutto il sapere erboristico solitamente tramandato in forma orale: una conoscenza vastissima, non fosse altro per la grande varietà di erbe e piante (primo tra tutti l’assenzio, diffusissimo) che caratterizzano il luogo. «Decotti, tisane e liquori erano usati abitualmente in tutte le case. Qui la gente si è sempre curata con ciò che la natura offriva. E poi c’erano alcune persone che, pur essendo formalmente poco istruite, avevano qualcosa di diverso… Un potere in più».

Come Amalia Lanteri, che delle bàgiue contemporanee era forse la più famosa: originaria della remota frazione di Cetta (un cucchiaio di case appena oltre il ponte di Loreto), era nota anche fuori dai confini della valle per la sua stretta connessione con “il mondo dell’invisibile” e la sua capacità di scacciare la malasorte. 

Interpreti del fato e della natura, capaci di curare così come di togliere il malocchio o prevedere la sorte, queste donne erano streghe forse (bàgiue, come erano chiamate nel dialetto locale): ma Amelia è mancata qualche anno fa e Antonietta, l’ultima rimasta, scuote la testa e dice che no, lei strega non lo è proprio, «perché ho sempre fatto del bene, non ho mai fatto brutte cose. Si usano le preghiere per curare». Preferisce essere chiamata maga: suona meno pericoloso.

Segnare il fuoco, segnare l'aria

Nata nel 1928 in una famiglia di contadini, Antonietta ha cominciato a usare le erbe selvatiche già da giovanissima. Oltre ai rimedi classici per curare i disturbi più comuni – la radice di gramigna per i reni, l’iperico per le scottature, l’arnica per le botte – ha imparato anche a “segnare il fuoco”, a praticare cioè l’antico rito popolare per guarire gli effetti delle bruciature.

«In occasione della festa di San Benedetto, a Taggia si preparavano i fulguri, canne di bambù riempite di polvere da usare come torce  racconta . Una volta a mia sorella ne è esploso uno in faccia e l’ha ustionata ma la Angiolina, la signora che sapeva come fermare il fuoco, era troppo vecchia per venire ad aiutarci e così mi ha insegnato come fare. Ho imparato subito, ero giovanissima. Nel corso degli anni sono venuti anche da fuori, persino dalla Francia, per farsi curare da me. Bisogna tracciare una croce dall’alto verso il basso tenendo una vera nuziale in mano  mi mostra il gesto , ripetendo la preghiera per tre volte, e le piaghe si chiudono».

Per far passare il colpo d’aria, invece, la procedura è un’altra: bisogna procurarsi un pentolino, far bollire dell’acqua, usare il sale e una preghiera diversa. Ma c’è sempre il segno di croce e la triplice ripetizione della formula, alla fine della quale bisogna capovolgere nel pentolino una tazza vuota che “catturi” l’aria, togliendo il dolore a chi ha chiesto il rito. «Insegno volentieri queste cose a chi me le chiede – dice Antonietta , perché altrimenti quando morirò io andranno perse. Una volta però ci si credeva più di adesso».

Melissa, biancospino, fugademonio

Quando era giovane Antonietta trascorreva le sue giornate tra la campagna e il bosco. Andava a funghi, raccoglieva le erbe, le faceva seccare, preparava decotti e tisane, le vendeva alle bancarelle. Mi mostra una fotografia in bianco e nero che la ritrae con una cesta carica di erbe poggiata sulla testa; un’altra foto, di sghimbescio nella vecchia cornice, la mostra invece in compagnia delle sue due caprette. C’è nostalgia nelle mani che carezzano le immagini: adesso Antonietta non riesce più a muoversi da casa. Dai boschi della valle Argentina la sua vita si è ristretta a due stanze, i fiori sono quelli che crescono nei vasi in mansarda e le erbe selvatiche gliele procurano gli abitanti del paese, quei pochi che ancora sanno riconoscere le più comuni: la stregonella o “erba della Madonna” («l’erba per tutti i mali», spiega Antonietta), la melissa («allevia lo stress»), il biancospino, l’iperico o erba di San Giovanni, detto anche “fugademonio”, e via dicendo. 

Da qualche tempo ha cominciato ad annotare tutti i rimedi in un minuscolo quadernetto dalla copertina rigida, sul quale ha vergato con la calligrafia linda e ordinata di una volta il titolo “Le ricette di nonna Antonietta. Per curarsi con piante medicinali. Le erbe per fare le tisane”. Ecco allora i rimedi contro il raffreddore, l’acidità di stomaco, il mal di pancia, la cistite, la pressione alta, le punture di insetti, l’insonnia, e via dicendo. Ha un consiglio per ogni cosa, Antonietta. Pure per il malocchio, anche se prima specifica che lei non ci crede, che il malocchio è solo un riflesso di persone deboli e incapaci di reagire alle avversità della vita: «Ma se serve per tranquillizzarle, per farle sentire meno vulnerabili, io consiglio di prendere sette grani di sale grosso e uno spicchio d’aglio e chiuderli in un pezzo di stoffa. Portare questo amuleto addosso aiuta». 

Ci accompagna giù dal suo rifugio pieno di piante e torniamo con lei nel minuscolo cucinino, scaldato da una stufa a legna e ingombro dei ricordi di una vita. Da qui il panorama si è fatto più raccolto: dalla finestrella scorgiamo uno degli angusti carrugi che caratterizzano il borgo di Triora. Richiamati dal fischio di Antonietta, due passerotti si posano sul davanzale, becchettano i semi che lei prepara ogni giorno e poi volano via velocissimi. Lei sorride, si vede che quello dei semi è un rito consolidato. Forse si sente sola. «Una volta – dice – questi erano bei luoghi e la Valle Argentina era più popolata. Adesso tante cose sono cambiate. I paesi si sono svuotati, siamo rimasti solo noi vecchi. Ma va bene così. Quello che posso fare ancora è raccontare. Insegnare ciò che so. Quando un domani non ci sarò più, almeno non andrà tutto perso».

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