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Villa 31

Ci addentriamo nel cuore di Villa 31 (…) Siamo entrati in un intermondo, dove ti rendi subito conto che lo Stato non c’è e la Polizia è quasi assente. Quando lo scenario è questo, i possibili e ordinari conflitti si risolvono con altre leggi e le sparatorie sono il dialogo più comune (…)

Accanto al lussuoso quartiere di Puerto Madero e a fianco della stazione di Retiro San Martìn, sorge una delle più grandi Villa Miseria di Buenos Aires: Villa 31.
Ci vivono circa 60.000 persone, anima più, anima meno, il numero è solo una stima perché nessuno di loro è un residente ufficiale. Questi agglomerati urbani possono essere paragonati alle favelas brasiliane o alle chabolas spagnole.
Erano formate, in principio, dalla popolazione rurale che si dirigeva verso le grandi città in cerca di impiego, ma purtroppo durante la crisi economica in Argentina diventarono zone ad alto tasso di criminalità e ampia diffusione di droga. Oggi, all’interno di questi territori, è possibile trovare anche giovani coppie che non potendosi permettere un affitto in città, provano a resistere alla quotidianità in villa. Ma purtroppo quando cerchi un impiego e dici di abitare in villa, la frase più ricorrente è il classico “Le faremo sapere”. A oggi sono stati fatti vari lavori di ammodernamento, e la situazione pian piano va migliorando, ma la distanza rimane.

A pochi metri dalla fermata della metro, tra un fast food e una bancarella troviamo uno degli ingressi per la villa. I primi passi sono già difficoltosi, terreno fangoso, incerto… bisogna stare attenti a non scivolare. Sulla destra c’è un uomo seduto su una sdraio che per il peso sfiora la terra, e la maglia si accorcia lasciando intravedere la pancia forse troppo tonda e satolla. Capelli bianchi e leggermente lunghi. Con lo sguardo di chi ne ha viste molte, si rivolge a me e al mio compagno di avventura chiedendoci cosa stessimo facendo “puliti e stranieri” proprio lì. “Visitiamo la Villa”, e con un ghigno laterale e qualche mugugno incomprensibile entriamo. Qualche metro più avanti, sulla sinistra, troviamo una struttura bassa di cemento, forse l’unica qui dentro con questo materiale, dove staziona la Polizia. Già questa priorità di incontri ti dà il peso di chi comanda.

Ci addentriamo nel cuore di Villa 31. Ho difficoltà a tirare fuori la macchina fotografica. Ho bisogno di percepire bene la terra sotto i piedi. Ho bisogno di osservare, sentire con tutti i sensi quello che accade intorno. Siamo entrati in un intermondo, dove ti rendi subito conto che lo stato non c’è e la polizia è quasi assente. Quando lo scenario è questo, i possibili e ordinari conflitti si risolvono con altre leggi e le sparatorie sono il dialogo più comune.

In questi giorni è carnevale e di solito i ragazzini si divertono a tirare coriandoli o stelle filanti. Qui fa ancora molto caldo, e quelli che vengono lanciati sono palloncini pieni d’acqua o pieni di farina o polveri colorate. Ovviamente non veniamo tirati fuori da questa guerrilla di gavettoni, anzi, diventiamo il bersaglio della maggior parte di loro. Per quanto siano bambini/adolescenti che giocano, la percezione non è quella di trovarsi in una piazza occidentale, dove a emergere sono innocenza, colore, ingenuità, corse e risa. No. Qui i ragazzini non vivono e non sono come tutti i ragazzini. Qui il senso della vita e della morte è lontano dal nostro. Per loro la vita ha priorità diverse.

 

Continuiamo a camminare per le strade dissestate dove in maniera improvvisata sorgono questi insediamenti assemblati senza alcuna logica. Alzi gli occhi verso i piani più alti dei quarti (così vengono definiti gli “appartamenti”) e vedi distese di fili e tubi che portano corrente, gas e acqua da una palazzina ad un’altra. A vista il sistema circolatorio della Villa.

Molti sono i personaggi che ci fermano, sospettosi del nostro essere lì, e tra una chiacchiera e un’altra riusciamo a entrare in uno dei quarti, dove ad aprirci la porta è l’innominato con una cicatrice che attraversa tutta la parte destra del volto. Con attenzione saliamo per queste scale ripide fatte di ferro e lamiera, le porte sono assenti come i servizi igienici. Osservo tutto con attenta premura mista a leggera paura. Ma non deve trapelare nulla. La paura mi aiuta a tenere sotto controllo tutto. I miei occhi si muovono timidi ma assetati. Ogni sguardo può essere di troppo e per questo tutto va misurato. L’attenzione e il rispetto per l’altro prima di tutto. Il mio filo diretto è sempre lui, il mio compagno di avventura. Il mio punto di riferimento.
Il tempo di scattare qualche foto e la nostra presenza diventa già ingombrante. Con fermezza ringraziamo e lasciamo questo quarto. Qualche altro minuto di immersione in questa realtà e poi usciamo.

Macchine di nuovo nello zaino… ancora qualche passo per la villa… superiamo un gruppo di 4/5 ragazzi… e la sensazione di occhi addosso è forte.
Sguardo indietro e “Corri! Corri! Corri!”.
Mani che si muovono aggressive dove non dovrebbero, forza, cinismo, strattoni e terra che si alza.
Grazie al mio compagno riesco ad allontanarmi, correndo più della nuova SF90 per provare a cercare aiuto. Ma sei in una gabbia di tigri, all’apparenza docili.
Basta un passo falso. A chi ti rivolgi? A nessuno. Corri. Corri con il senso di colpa che il tuo compagno di avventure/disavventure è ancora lì.
Il suo sguardo mentre era a terra è l’ultima cosa che ricordi prima di aver girato l’angolo. Non so come, mi oriento e trovo la piccola struttura della polizia vista la mattina, provo a chiedere soccorso. Provo.
Perché per loro queste situazioni sono routine. Allora spero solo che questo sia il posto giusto dove avremmo potuto ritrovarci.

Dopo diversi minuti esco dal distretto e lo trovo lì fuori, un po’ impolverato, con parecchie escoriazioni e vari tagli… a fumarsi una bella sigaretta. Ovviamente gli chiedo se è tutto ok, se sta bene. La sua risposta è stata “Cacchio. Non ho più la mia penna.” Si sorride. Ma è nelle piccole cose che troviamo la bellezza. Ogni incontro, bello o difficoltoso che sia ci lascia qualcosa.

Ci dirigiamo verso casa, un succo di mela, un caffè solubile e ci si organizza per tornare qui in Villa 31, ripercorrerla, con un po’ di consapevolezza in più, e raccontarla ancora, il giorno dopo.
Ogni storia, ogni luogo hanno il diritto di emergere e magari migliorare.

Questo progetto è stato realizzato durante il workshop Buenos Aires streets

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