Natascia Aquilano
Moken, una vita a filo d'acqua

Una storia vissuta a Kho Phayam, Thailandia

Moken, una vita a filo d’acqua

di Natascia Aquilano

Tra le isole dell’arcipelago Mergui, al largo delle coste meridionali della Birmania e della Thailandia, vive una tribù di circa 4000 persone, chiamati Moken, o più semplicemente “zingari del mare”. Questo perché trascorrono gran parte dell’anno migrando come nomadi da un’isola all’altra, a bordo di tipiche imbarcazioni di legno, da loro stessi costruite, di nome “kabang”. Si stabiliscono sulla terraferma nel periodo dei monsoni, vivendo su palafitte temporanee fatte di legno e lamiere, nel versante orientale delle isole, al riparo così dalle tempeste.

Senza nomi, senza documenti, senza nazionalità, senza tempo. Questo è scandito solo dai venti, dalle onde del mare e dalla luna. Non possiedono un calendario e la maggior parte di loro non conosce neppure la propria età. Sono liberi. Liberi di navigare e adattarsi ai flutti in modo quasi soprannaturale. Si racconta infatti che i bambini Moken imparino a nuotare prima ancora che a camminare.

Per molto tempo la loro esistenza passò inosservata. La tribù attirò l’attenzione delle cronache nel 2004 quando uno tsunami si abbattè sulle coste dell’Oceano Indiano, causando la morte di più di 230mila thailandesi. I Moken, grazie alla loro profonda conoscenza del mare, furono in grado di prevedere l’arrivo della “grande onda” evacuando i propri villaggi e trovando rifugio sulle alture. La furia dello tsunami non fece nessuna vittima tra gli “zingari del mare”.
Secondo le loro credenze, “la grande onda” o “la boon”, così chiamata nella loro lingua, viene invocata dagli spiriti ancestrali quando sono in collera. Nel momento in cui questo accade, il mare lentamente si ritira, per poi irrompere violentemente e inghiottire la gente.

Moken | ©Natascia Aquilano, 2017

Piccoli, dal colore brunito, timidi, riservati, ed estremamente vulnerabili, tanto che difficilmente hanno contatti con il mondo esterno. Hanno sempre vissuto in maniera quasi primitiva, procurandosi pesce da barattare con riso, pochi vestiti e attrezzi utili per le loro barche. Tutti uniti da un radicato sentimento di solidarietà e comunità.

Questo loro stile di vita libero e anarchico, che non riconosce confini nazionali, è però fortemente minacciato. Le autorità birmane e thailandesi lo considerano un ostacolo per il turismo, tant’è che cercano di intralciarlo in ogni modo. Negli ultimi anni infatti, ci sono stati diversi interventi politici, che hanno messo i Moken in serie difficoltà. In primo luogo sono stati ridotti i loro territori e posti dei limiti alla libera navigazione, per promuovere il turismo e la pesca industriale. In secondo luogo hanno cercato di stanziarli all’interno di parchi e villaggi, costruiti appositamente per loro come attrazione per turisti, costringendoli per forza di cose, a perdere la loro identità culturale. Alcuni infatti, hanno ceduto al volere dei Governi del sud est asiatico e, per vivere, realizzano e vendono souvenir per turisti, o li traghettano da un’isola all’altra.

Ma questo è un modo di vivere per loro troppo remoto: riprodurre sulla terraferma il loro ambiente naturale nel pieno rispetto delle tradizioni è impossibile. Molti si ammalano, alcuni cadono in depressione, altri ancora si abbandonano all’alcool e alle droghe. Ma c’è anche chi resiste e si oppone a questa contaminazione, cercando di conservare lo stile di vita tribale che li ha sempre caratterizzati. Sono coloro che continuano a navigare le acque del mare delle Andamane a bordo dei “kabang”. Imbarcazioni che a seconda delle situazioni, sono casa, rifugio, strumento di lavoro. Questi, sono per lo più uomini, quasi totalmente assenti nei villaggi. Le donne invece, sulla terraferma, lavorano per loro, tessendo o riparando le reti necessarie per la pesca. Allevando e accudendo i figli, occupandosi delle questioni domestiche. I Moken vivono in simbiosi con il mare, non hanno legami con nessuna terra in particolare.

Possono interrompersi strade o ponti di duro cemento, ma mai si spezzerà il cordone che li lega alle acque. Basta salire su una zattera e aggrapparsi a questo “cordone” per essere trascinati in questo mondo, rimasto a galla tra terra e mare.

Testo e Foto | Natascia Aquilano
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Natascia Aquilano
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La fotografia sociale e documentaria è da sempre al centro dei miei principali interessi.

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