Marco Barbieri
La sacra giungla dei Lahu

Una storia vissuta a Chiang Mai, Thailandia

La sacra giungla dei Lahu

di Marco Barbieri

La giungla nel nord della Thailandia, nei pressi delle montagne del Doi Mod, è molto fitta. La luce fatica a filtrare tra i rami e il respiro diventa affannoso per la mancanza d’aria. Il fango, per l’altissima umidità, può essere molto scivoloso ed è necessario un bastone per camminare lungo gli impervi sentieri aperti con il machete. Ma per la popolazione Lahu tutto questo non ha mai rappresentato un ostacolo, anzi: per loro la giungla è un luogo sacro.

Questa etnia, originaria dell’altopiano tibetano, è emigrata prima verso la provincia cinese dello Yunnan e poi alla fine dell’Ottocento si è diffusa in Myanmar, Laos, Vietnam e Thailandia. Tra le città di Chiang Mai e Chiang Rai si contano quasi 300 villaggi abitati da circa 70mila Lahu, che si dividono in cinque sotto gruppi, i cui nomi derivano dal colore dei vestiti tradizionali: i Lahu Na (Lahu Neri), i Lahu Nyi (Lahu Rossi), i Lahu Hpu (Lahu Bianchi), i Lahu Shi (Lahu Gialli) e i Lahu Shehleh.

La loro lingua non ha una forma scritta e la loro principale attività oggi è l’agricoltura di sussistenza. Come le altre tribù del nord, lavoravano nelle coltivazioni di papavero da oppio. Diventata una pratica illegale e fortemente osteggiata dal governo thailandese è stata sostituita dalla coltivazione di ortaggi e caffè, grazie anche al Royal Project for the Hill Tribes che promuove la diffusione dei prodotti nei mercati della regione.

La giungla dei Lahu| Marco Barbieri, ©2018

Nella giungla, vanno a caccia, perpetrando antiche tradizioni e celebrando in questo modo il sacro rito dell’unione con la natura.
Tutto ciò che circonda i Musoe (cacciatori), come vengono chiamati in Thailandia, è sacro secondo la loro antica dottrina animista-teista, per il quale l’esistenza di un dio supremo ha potere su tutto il creato

Tra la densa vegetazione pluviale si muovono silenziosamente, accompagnati dal fedele cane da caccia. Sulle spalle il sacco con qualche provvista. Il resto viene preso dalla giungla: con un bambù costruiscono tazze e stoviglie per il pranzo mentre dalle foglie di un grosso banano ricavano una stuoia. Per ringraziare gli spiriti della foresta, prima di mangiare, i cacciatori mettono un po’ di cibo su una piccola foglia e lo lasciano posato sul tronco di un albero.

Oltre a cacciare con un vecchio fucile, si dedicano anche alla raccolta di erbe medicinali, legna da ardere, larve, frutta secca e ghiande, da portare al villaggio.

Testo e Foto | Marco Barbieri
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