Mekong Notespercorrendo la madre delle acque
Giorno e Notte

Giorno e NotteDal taccuino di Gabriele Orlini

Luang Prabang, Laos | ©Gabriele Orlini, 2022
Luang Prabang, Laos | ©Gabriele Orlini, 2022

La notte si dorme! Ma non sempre è vero.
Per ciò che mi riguarda troppe volte le invitanti lusinghe di Morfeo sono risultate troppo deboli rispetto al silenzio di una strada poco illuminata, o al ronzio di un neon fuori tempo che, nella distanza del vicolo, lo rende un punto di attrazione troppo forte. 

La notte si dorme! Ma poche volte accade realmente.
Nella notte ripercorro le strade del giorno alla scoperta di ciò che mi sono perso. Di ciò che non ho visto o semplicemente di ciò che ancora non c’era.

Giorno e Notte.
Due profondità della stessa superficie, due estensioni della stessa dimensione.
Il vociare del giorno in strade troppo illuminate si trasforma in sibili di silenzio che senti vibrare nelle orecchie; i passi che nel giorno era certi alla notte diventano lenti perché non ti vuoi perdere nulla: ogni finestra, ogni particolare, ogni macchia sul marciapiede. I sensi si fanno più acuti e con la coda dell’occhio riesci a scorgere anche lo scarafaggio che si muove lungo il muro in quell’istante. E poco manca che lo saluti pure.

In questo paese, la Thailandia, ma posso estendere il pensiero a tutta l’Indocina, il saluto è uno sport nazionale. Facciamo presto noi occidentali nel dire Ciao, Hello, Hallo, Hi, … , un saluto fugace perché abbiamo sempre fretta di fare, andare, scomparire.
A volte anche fretta di sapere senza preoccuparci di capire.

Qui, il saluto non è un Ciao. È un augurio che, a seconda dei luoghi o dei modi, potremmo tradurlo in “che tu stia bene”, “che tu abbia fortuna”, che tu “…qualcosa…”.
È l’attenzione di un istante verso l’altro.

Ciò non significa che qui tutti sono puri ed è un paese fantastico. È un paese come tanti altri e l’essere umano – nella sua natura debole e difettosa – non smette di esserlo solo perchè parla una lingua incomprensibile dove gli accenti e le flessioni della voce sostituiscono le nostre vocali. Ma è al mattino (e pure durante la notte) che l’armonia di questa lingua che si perde nei millenni, forgiata da dinastie misteriose e ancestrali, ha la forza pura del sole che sorge. Il solo ricevere un saluto ti mette nella condizione di voler rispondere, nella loro stessa lingua. Perché quella semplice parola ha un suono dolce, è armonia, e lo senti che ti stanno rivolgendo un augurio: SAWADEE.

E tu, bianco, pieno del sapere del mondo, per quanto tu ci possa provare, non lo dirai mai nel modo corretto. Ma a loro poco importa: hai augurato a loro che possano avere… un qualcosa. E se a questo ci aggiunti il gesto, il wài – le mani giunte sul mento o sul petto –, quello che ricevi non è solo un sorriso ma energia pura che fa sentire leggero; come un idiota.

Non sai il perché, ma ti piace. E allora speri di fare molte cose quel giorno, incontrare tante persone, avere molte esperienze per poter rivolgere al primo sconosciuto che ha avuto la sfortuna di incrociarti il tuo SAWADEE. E lui, pur nei suoi pensieri, ti guarderà senza preoccuparsi di chi sei, sorriderà, giungerà le mani al petto e, inchinandosi leggermente, ti omaggerà con il suo Sawadee krap.

Aom, Nong Khai | ©Gabriele Orlini, 2022

E allora, la notte, dove tutto sembra più vero (cit.) seguo quelle luci e quei vicoli dal neon ronzante e fuori tempo, e giunto alla fine, mi colgo sereno di aver imparato, quel giorno, una parola nuova.
Sawadee krap all’uomo senza casa, ma non senza un tetto per la notte, che ogni mattina sulle rive del Mekong attendeva che passassi per offrirmi il suo saluto. Alle venditrici del mercato, agli uomini del tuk tuk che ci perculavano giocando all’asta per il prezzo della corsa e a Nòi che mi ha lasciato guidare il suo sulle strade di Udon Thani ritrovandosi, per una volta, passeggero. A chi ostinava un inglese improbabile e poi sorridere quando ringraziavi in thai.

Sawadee ka alla cameriera che sognava TikTok e mi riempiva di birre anche se non l’avevo ancora finita. Ai ragazzi che ti chiedono i selfie e manco sai dove verrai pubblicato. Alla ragazza che volle da me una foto che non userà mai. Al cantante gay dalle molte qualità tranne quella della voce, capace di infiammare una piazza deserta e un bar ancor più vuoto, capace di raccontare e raccontarsi con la semplicità dell’animo puro, dico: Sawadee krap

Sawadee ka alle venditrici di sentimenti consumate nei bar in quei vicoli a me tanto cari, a quelle con figli, mariti morti, dispersi, fuggiti. Alle donne ospitali, agli uomini gentili, agli immigrati anglosassoni bianchi scappati dalle loro terre per cambiare vita e ritrovarsi poi a piangere davanti al televisore durante il funerale della regina.

Sawadee ka a noi che ancora crediamo che una storia, per raccontarla, dobbiamo prima viverla e, guardandosi negli occhi, sbattendo i boccali di una birra annacquata, dirsi Chokh dī
Buona fortuna a te.

Mekong Riverside, Nong Khai | ©Gabriele Orlini, 2022
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