Mekong Notespercorrendo la madre delle acque
Un nostro spazio (nel mondo)

Un nostro spazio (nel mondo)Dal taccuino di Gabriele Orlini

Si cammina scalzi, per non sporcare | ©Gabriele Orlini, 2022

Sono alto 190 centimetri, anche se sento che l’età se ne è già presi un paio.
Peso 92 chili, anche se faccio finta di non sapere che la precedente pandemia ha indubbiamente modificato questo numero, alzandolo.
Non sono, e non lo sono mai stato, una persona “che non si nota”, anche se molte volte l’ho desiderato. Sin da bimbo ero quello “sano”, quello “alto”, quello “grosso”, quello “grande”, e negli anni della mia giovinezza uno dei soprannomi a me rivolti è stato anche “pancio”.

A volte mi immagino giovane in questi tempi che a suon di etichette ha fatto la fortuna della Dymo. E sorrido. Ma nonostante tutto, questo mio essere “sano” non mi ha mai impedito di fare cose.

Essere alto permette di aiutare le vecchiette a prendere le cose negli scaffali alti del supermercato, godendo di quel senso di utilità gentile. Ma questo essere “sano” obbliga anche il mio corpo in posizioni houdiniane all’interno di furgoncini affollati in giro per il mondo. Sempre più spesso mi ritrovo nell’odiare i voli in aereo – e detto da me è quasi un assurdo – perché le ginocchia si incidono sul sedile davanti e l’unico posto accessibile è quello sul corridoio dove posso allungare una gamba. Ma solo una. Fino a quando arriva il carrello del pranzo e allora l’ematoma sulla tibia è compreso nel costo del biglietto.

Sono sempre stato “sano” e, mio malgrado, questo mi ha sempre imbrigliato nella condizione di essere… “visibile”.
In una professione come quella che ho scelto di percorre, la capacità di essere “non visibile” è la prima delle aspirazioni a vantaggio della propria fotografia.
(anche aver qualcosa da fotografare… ma questo è un altro discorso)

Non potendo contare sulla riservatezza del mio fisico, mi sono ritrovato spesso nell’essere un “non visibile” facendo l’unica cosa che potessi fare: facendomi notare ancor di più e diventando parte di quello che stavo raccontando. Stare dentro la scena fino a quando la scena stessa non fosse stata in grado di inglobarmi e rendermi, appunto, un “non visibile”.

Tutto ciò che accadeva nel mentre era mera esperienza.
Tutto ciò che accadeva dopo era semplicemente vita.

Per salire alle camerate, Bangkok | @Gabriele Orlini, 2022

In questi giorni a Bangkok, in un paese dove l’altezza media nazionale degli uomini è 164 centimetri, lasciati i quartieri luna park carichi di persone “sane” – come lo sono io – alla ricerca di compagnie graziose, minute e sorridenti, in grado di renderti fiero del tuo essere “grande”, scelgo invece di trovare rifugio nelle case della capitale vecchia. Lasciate le luci che colorano la notte a Nana mi ritrovo, con un rinnovato spirito del “non visibile”, nelle stradine umide e scivolose che nemmeno la pioggia riesce a lavare. E che di notte ospitano topi, e con essi, quell’atavico umanismo che tanto mi è caro.

Il luogo del mio rifugio in questi giorni di preparazione al lavoro che andremo a fare con il Mekong River Journey è un minuto ostello. Tanti letti, poco spazio. Un misto di curry e sudore sparsi nell’aria dalle pale dei ventilatori a soffitto. Si cammina scalzi per non sporcare e può pure avere un senso. 2€ a notte per un materasso apparentemente pulito seppur logoro che a malapena ospita la mia borsa da viaggio. E devo ancora mettermici io.

È un posto piccolo o forse lo è solo per me, ma rimane un buon esempio di quanto è grande il nostro spazio in questo mondo. Alla fine, provando a divenire dei “non visibili”, forse, potremmo trovare anche un nostro spazio da occupare. Magari senza dare fastidio. Magari rendendo quella scena ancor più interessante. Alla fine, anche se ciò dovesse solo tradursi in posto scomodo, almeno potrò dire di averci provato.

Il mio letto a Bangkok | ©Gabriele Orlini, 2022
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