Mekong Notespercorrendo la madre delle acque
Con scomoda leggerezza

Con scomoda leggerezzaDal taccuino di Gabriele Orlini

Khlong Toei Market, Bangkok | ©Gabriele Orlini, 2022

L’altro giorno un’amica mi ha scritto:
Si comincia a camminare dove ci si sente più a casa… e se un po’ ti conosco… credo che ti ci voglia poco a metterti a tuo agio… e proprio perché hai la capacità di immergerti nello scomodo, hai forse la sola necessità che questo scomodo sia reale, puro.”

A quel punto il pensiero ripercorre il mio tempo e, come ogni boomer sereno nel suo ruolo, provo a mettere in fila quei luoghi, quegli odori, quelle sensazioni che nel tempo hanno contribuito a comporre ciò che rincorro: lo scomodo. Ma pure gli incontri, i volti, i nomi, le piccole/grandi storie personali tutte uguali nel loro scopo e tutte tremendamente diverse nel modo di uscirne da quello “scomodo” a me tanto caro. Ed è grande la mia occidentale ipocrisia in questo pensiero… io posso uscirne con la stessa facilità con cui ne sono entrato.

Tanti sorrisi di semplice umanità senza nulla chiedere in cambio se non che quel sorriso venga corrisposto. Molti altri falsi per un’atavica necessità di sopravvivenza. Ladri, balordi, drogati e alcolizzati. Puttane che non sanno d’esserlo, con gli occhi profondi come un abisso. E io – l’ho imparato – sono sempre stato più attratto dalla voglia di volare che dalla paura di cadere (cit.)

Il primo incontro con lo slum di Khlong Toei – il più grande e centrale di Bangkok – l’ho avuto con alcuni video YouTube di ragazzotti sani con il berretto rovesciato e selfie stick in mano che, senza rispetto alcuno, componevano i loro Vlog a vantaggio di una generazione bulimica della superficie delle cose. “La vera Thailandia…” dicevano, e nel contempo mi chiedevo cosa cazzo potesse significare il concetto di “vero” all’interno di un paese visto con gli occhi del turista.

Nel cuore di Bangkok, Khlong Toei – che significa Canale degli alberi di pandano – è anche conosciuto con altri nomi. Nel tempo gli abitanti della zona hanno ribattezzato il luogo con Nakhon Khlong Toey – “città di Khlong Toey” – ma anche con Thawip Khlong Toey – “continente di Khlong Toey”. È curioso come l’essere umano, fattosi in comunità, senta la necessità di creare una forma di nazione partendo da un nome in cui è racchiuso un concetto immenso, ancor prima di ricercare una forma di sopravvivenza o crescita umana.
Come non ricordare il barrio dei senza nome di La Boca a Buenos Aires dove, durante la dittatura del Generale Videla, la comunità locale prese le distanze dalla giunta militare auto proclamandosi Republica Popolar de La Boca. E ancora oggi, quella zona della metropoli, rifugio di irregolari, invisibili, e del prodotto di una società di mercato è, di fatto, autogestita e distante dal governo della città.

Khlong Toei

La città di Khlong Toei prende forma nel 1950 e conta oggi una popolazione di circa 100mila abitanti. Una famiglia media è composta da 10/12 persone e nella parte più interna le baracche di lamiere posizionate lungo la vecchia ferrovia ospitano corpi che una volta erano uomini e donne, ora consumati dalla droga, dall’alcol, dal niente a cui aggrapparsi perché il mostro che portano con sé si è già preso tutto.

Slum di Khlong Toei, Bangkok | ©Gabriele Orlini, 2022

Sono arrivato a Khlong Toei al mattino presto così da avere tutto il tempo e la luce necessaria. Dopo un viaggio in bus di quasi un’ora e mezza sono sceso nei dintorni del più grande Mercato del Fresco della capitale che si trova a ridosso dello slum, quanto meno della parte più moderna, quella meta sicura dei Vlogger con selfie stick al seguito.

Qui non c’è ancora nulla che non avessi già visto in altre parti del mondo: stesse formiche indaffarate, stessa confusione, stesso sporco. Cambia la lingua, cambia il tipo di odore, cambiano le persone – è più forte di loro, qui la gente sorride sempre. E cosa avranno mai da sorridere mi chiedo. E già questo sentimento mette una forte pressione addosso: non lasciarsi prendere dallo stereotipo del turista del brutto e rendere la capacità di narrare al pari della disponibilità delle persone. Qui è la dimensione che mette timore: tutto è straordinariamente esteso, tutto è straordinariamente rumoroso. E l’odore tremendamente penetrante.

C’è una cosa che faccio sempre quando arrivo in un luogo “scomodo”: mi fermo.
Mi fermo all’angolo di un crocevia trafficato e osservo. Facendomi vedere quel tanto da non dare più fastidio. A una baracca malconcia prendo un caffè e anche qui ho una mia personale regola: quanto più disgustoso sarà il caffè che mi verrà proposto, tanto più sincero sarà quell’incontro.
Ho ordinato un caffè ma non ho voluto vedere la sua preparazione – occhio non vede, cuore non duole – ed è stata una cosa impegnativa da bere. Ma è servito allo scopo… la signora mi ha procurato un passaggio “sicuro” in moto per lo slum, distante quasi tre chilometri dal mercato.

Il mio pessimo caffè a Khlong Toei | ©Gabriele Orlini, 2022

Khlong Toei è troppo grande e per il giusto rispetto delle 100mila storie che contiene, non merita il poco spazio concesso da una notes – ma ci sarà tempo e modo di parlarne.
Ciò che invece mi concedo di esprimere, a fronte del tempo speso in questo luogo – che è stato solo un primo istante di molti altri a venire e che va ad aggiungersi ai molti altri “scomodi” – è quell’idea di leggerezza che dovrebbe alleggiare in molte delle cose che facciamo e che siamo. Caricati dall’ansia da prestazione per un’approvazione, a volte anche solo social, tendiamo a perdere il senso della profondità, che poi è proprio questa profondità che ci permette di mettere insieme i pezzi, non tanto per costruire la strada davanti a noi, ma per comprendere quella che abbiamo appena percorso.

E, nel mio caso, vale costantemente con la fotografia, che è una cosa estremamente seria, da prendere però con estrema leggerezza. Quella scomoda leggerezza che tanto amo.

Con leggerezza, bimba, con leggerezza.
Impara a fare ogni cosa con leggerezza […]
Sì, usa la leggerezza nel sentire,
anche quando il sentire è profondo.

Con leggerezza lascia che le cose accadano,
e con leggerezza affrontale.
L’ISOLA – Aldous Huxley
Arthit, in thai “Uomo del Sole”, slum di Khlog Toei | ©Gabriele Orlini, 2022
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