Storia di un’infanzia rubata

“L’isolamento caratterizza gran parte del suo tempo”, spiega la psicologa, “governa un mondo tutto suo, in cui solo la paura non l’abbandona mai e che la porta in uno stato di allarme permanente….

Storia di un’infanzia rubata

PATTAYA | THAILANDIA
Dolore e paura. È quello che si legge negli occhi della piccola Ploy, una bambina thailandese di 11 anni appena che stringe a sé un coniglietto di peluche, quasi a voler trovare conforto. Ospite da più di un anno e mezzo al Take Care Kids Shelder di Pattaya, un’associazione di volontariato e utilità sociale, la piccola ha una storia di quelle che toccano il cuore. La madre è fuggita lasciandola col papà che, a sua volta, l’ha abbandonata, probabilmente per denaro, a degli estranei che Ploy chiamava nonni. Alle carezze, però, hanno da subito sostituto maltrattamenti fisici e verbali e, stando a dei referti medici, anche sessuali.

A confermarlo, la diagnosi della psicologa che oggi la segue: “la bambina presenta un’evidente regressione. La sua età cronologica infatti, non coincide con quella mentale, ferma a tre anni. Presenta degli schemi comportamentali e cognitivi non adeguati alla sua età, come ad esempio salire le scale gradino per gradino, giocare con i bimbi di gran lunga più piccoli di lei e trattarli come bambole, o ancora il manifestarsi di enuresi notturna”.

Ploy, infatti, indossa ancora il pannolino. Alla sua situazione, già di per sé drammatica, si aggiungono altri sintomi: disturbi del sonno, scarsa capacità di attenzione, di apprendimento e inadeguatezza a concentrarsi in attività apparentemente semplici. Non stupisce quindi che la piccola abbia un rallentamento nel rendimento scolastico. E questo la porta a frequentare una scuola per bambini con la sindrome di down perché è quella che più si avvicina al suo quoziente intellettivo. Qui è in grado di stare al passo con gli altri, senza sentirsi diversa dai suoi compagni.

L’isolamento caratterizza gran parte del suo tempo”, spiega la psicologa. “Governa un mondo tutto suo, in cui solo la paura non l’abbandona mai e che la porta in uno stato di allarme permanente. Allo stesso tempo e quasi paradossalmente, per ridurre e difendersi dalla sua angoscia, si dissocia dal mondo circostante. Si immobilizza e si irrigidisce cognitivamente e spesso anche fisicamente, come fosse congelata, o peggio, sotto anestesia emozionale”.

Un’infanzia rubata

Ploy non è l’unica bambina ad aver vissuto questo inferno. Nel suo Paese, la Thailandia, considerato da molti un vero e proprio paradiso terrestre, sono tanti i bambini che non hanno la possibilità di godere della loro infanzia. Anche se non ci sono dati ufficiali, secondo le stime recenti dell’Ecpat (End child prostitution pornography and trafficking) e dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, sono circa 2,5 milioni i bambini al mondo vittime del traffico sessuale. Uno su quattro è vittima di gravi abusi fisici e sessuali. Il più delle volte i carnefici sono genitori e familiari.

A registrare questo tipo di situazioni sono soprattutto i Paesi più instabili economicamente, come quelli del sud est asiatico, tra cui la Thailandia, da sempre associata a violenze e abusi su minori. Il governo thailandese però, non ha mai avuto, o probabilmente ha mai voluto rendere pubblici, i dati esatti sui crimini che riguardano la pedofilia e la pedo-pornografia in questo paese. Ed è proprio in una città thailandese, Pattaya, che nel 2010 è nata la Take Care Kids Thailand Foundation.

Take Care Kids Thailand Foundation

L’associazione di volontariato e utilità sociale che sostiene e ospita bambini vittime di abusi, traffici illeciti e violenze, porta il nome di Giorgio Lusuardi. Giornalista italiano da sempre amante del sud est Asiatico decise di intraprendere questa sfida. “Quello che stiamo facendo non è che una goccia nel mare” afferma, “ma il mare, in fondo, è fatto di gocce”. Dalla sua fondazione la Take Care Kids Thailand Foundation ha raccolto tante gocce, bambini ai quali ha cercato di restituire la speranza di una vita migliore, o semplicemente un sorriso.

Non solo bambini, però. L’associazione si interessa anche a mamme single e disoccupate in gravi condizioni economiche. Lo scopo è trovare loro un lavoro e, contemporaneamente, dare un’istruzione ai loro figli, coprendo le spese scolastiche che ammontano a circa 250 euro annui a bambino. Questo tipo di supporto ha una durata massima di due anni, per consentire ad altre mamme e bambini di ricevere lo stesso aiuto.

Attualmente la Take Care Kids Thailand Foundation ospita 8 mamme e 11 bambini. Oltre a loro ci sono altri 14 bimbi, soli al mondo o che alle spalle hanno genitori che non possono prendersi cura di loro perché tossicodipendenti, violenti, psicopatici o affetti dal virus dell’Hiv. La si può definire un’eccellenza italiana, sotto ogni punto di vista, non solo per il supporto economico che riceve annualmente, ma anche e soprattutto per il supporto che viene dato a ogni suo ospite, modellato e misurato a seconda delle esigenze di ognuno. Un approccio che si distanzia totalmente dalle strutture governative della Thailandia, dove non si guarda al dramma e ai bisogni del bambino, ma questi vengono gestiti unicamente con medicinali.

La prima medicina è l’amore

Può sembrare un’utopia, ma il Take Care Kids Shelder, prima ancora di un’associazione, prima ancora di un “rifugio”, è una famiglia, dove è fondamentale sentirsi accolti e amati. Non vengono adottati trattamenti farmacologici, se non strettamente necessari. La prima medicina è l’amore, seguono la cura, la pazienza e l’adeguata attenzione per ogni singolo bambino. Ci sono bimbi più fragili di altri, come Ploy, che vanno seguiti con più forza. Non solo, i più forti vengono educati a sostenere i più deboli. Si insegna a responsabilizzarsi.

Solo in questo modo la Take Care Kids Thailand Foundation riesce a dare assistenza e cura, ad offrire una casa a chi non ce l’ha. Ed è qui che la piccola Ploy, giorno dopo giorno, dopo anni di violenze e privazioni cerca a piccoli passi di riprendersi quell’ infanzia che le è stata crudelmente tolta. Il suo percorso però è ancora lungo, lo si legge nei suoi occhi, tanto profondi e tanto persi che emanano solo paura e disagio. Paura di uno sguardo, di un sorriso, di un abbraccio. Paura di amare ed essere amata.

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Questo progetto è stato realizzato durante il workshop Thailandia Journey 2017

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