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Andrea Calandra
Nonno Renato | ©Andrea Calandra, 2020

Un luogo del cuore

Dal taccuino di DooG | Staff

Abbiamo chiesto ai nostri autori e al nostro network di rispondere a tre domande su come stanno affrontando questo difficile momento storico. Ecco qui l’intervista al fotografo e autore di DooG Reporter ANDREA CALANDRA.

C’è una bellezza del mondo, anche banale, che hai riscoperto in questo periodo? 

Mi sono spesso trovato in questo periodo a pensare a quello che per me è un luogo del cuore. È sicuramente legato all’esperienza e agli affetti che si sono legati indissolubilmente a dei luoghi fisici. Quindi posso dire che come esseri umani la cosa più bella è la famiglia. È da lì che germinano tante altre cose, come l’amore, gli affetti e che ti cambia prospettiva al mondo. Le zone dell’alta Umbria, dove fin da piccolo passavo intere estati a casa dei nonni, sono luoghi che materialmente hanno avuto un forte impatto sulla formazione della mia personalità, me ne rendo conto, ora più che mai visto che mi è impedito andarci fisicamente. Sono luoghi particolarmente isolati, quattro case, ormai perlopiù spopolate immerse nelle colline tra Umbria e Marche. È lì che vive mio nonno Renato, 94 anni, che ogni anno ci accoglie nella sua grande casa e ci accompagna in escursioni alla scoperta di luoghi come case diroccate, sentieri dimenticati, raccontandoci di quando quei luoghi erano vivi. Delle famiglie, ormai scomparse che abitavano quelle case, delle loro vicende, della guerra, che arrivata fin lì ha generato tante tragedie dimenticate.

Mi piacerebbe che un giorno mia figlia, che ha solo un anno, ne scoprisse le sfumature come ho fatto io negli anni; ma non è detto che ciò avvenga, anzi spesso succede il contrario. D’altronde la vita è anche questo, un cambiamento continuo in cui tutto ha una fine per dare inizio a qualcos’altro. Come fotografo ho guardato sempre fuori, in luoghi molto diversi da quello che riconosco e penso che continuerò a farlo. Raccontare quello che mi è più vicino è qualcosa a cui aspiro ma sto ancora cercando il modo giusto per farlo. Ammiro tantissimo chi ci riesce con naturalezza, specialmente le fotografie di W. Eugene Smith sulla famiglia, uno dei miei preferiti.

Come credi la tua professione sia cambiata o cambierà?

Me lo chiedo continuamente. Sicuramente il fotografo professionista sta vivendo un nuovo periodo di forti cambiamenti, a causa del Coronavirus, che hanno rimesso quasi tutto in discussione. Il periodo d’oro per i professionisti di ogni ambito è finito più di vent’anni fa. Io personalmente non l’ho mai conosciuto! Il picco di questo periodo d’oro mi piace immaginarlo quando nel giugno del 1984 esce la fotografia sulla copertina di National Geographic, Afghan Girl di Steve McCurry, io sarei nato esattamente un anno e un mese dopo.

Come cambierà è difficile dirlo, dipende anche dai diversi ambiti. L’immagine continuerà ad avere un ruolo importante nel futuro della comunicazione a qualsiasi livello, di questo ne sono abbastanza sicuro, come questo ricadrà sui professionisti è difficile dirlo. Anche perché il mercato italiano è abbastanza scostato da quello sia americano che europeo in generale, in negativo purtroppo. La cosa strana è che continuiamo a generare fotografi, reporter autoriali e artisti dell’immagine che sono pazzeschi. Ma le poche realtà valide che ancora ci sono, ho come l’impressione che rimangano un circuito chiuso, che fatica ad arrivare a quei canali che sfociano poi nel grande pubblico, anche meno specializzato. Voglio dire, prendendo un grande classico, con cui ho confidenza, un libro che amo molto, La coscienza di Zeno, ecco è come se questa grande opera girasse solo tra i circoli letterari, librerie, ecc. perché il grande pubblico non riesce a essere raggiunto. Chiunque può leggerlo e capirlo a vari livelli di profondità, rileggerlo e scoprire qualcosa in più. Lo stesso avviene con la musica. Forse questo corto circuito deriva dal fatto che la fotografia è ancora un soggetto in trasformazione, molto giovane rispetto ad altre arti. 

Io personalmente continuo a crederci, ho da poco intrapreso un percorso giornalistico, sempre legato chiaramente alla fotografia.

Un’immagine, un libro e una canzone che rappresentano per te questo periodo.

Per l’immagine scelgo Girls running home di William Albert Allard, una foto del 1967, che rappresenta per me la parola casa, con tutte le accezioni positive del termine in tutto e per tutto, al contrario di quello che abbiamo vissuto in questo periodo, perché alla fine sono un’ottimista.

Il libro direi i Racconti del Grottesco di Edgar Allan Poe, che mi ha fatto provare sensazioni simili a quelle sperimentate in alcuni di questi giorni rarefatti e senza tempo, durante la quarantena.

La canzone sicuramente Leave dei R.E.M. sia per il testo e il significato che può racchiudere, soprattutto in un momento di cambiamento come questo, sia per la musica, una sorta di malinconia felice, presente in tutto l’album.

Testo | Andrea Calandra
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