Anna Alemanno

La strega bianca

Il cerchio è l’infinito, ma anche l'eterno ritorno e il tutto, il cielo e la terra insieme, il mondo
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© DooG Reporter

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Quando vogliono scrivere il Mondo,
pingono un Serpente che divora la sua coda,
figurato di varie squame,
per le quali figurano le Stelle del Mondo.

Palermo, Italia

È nata su un’isola, e questo (come scrisse Marguerite Yourcenar) è già un inizio di solitudine. A Caltanissetta, nel cuore della Sicilia.
I suoi occhi grigi azzurri si stringono per sfuggire alla luce di un mattino luminosissimo; sembrano scolpiti sulla pelle bianchissima. Lidia è una sorta di veggente. Afferra il tuo sguardo come se fosse una pietra preziosa, poi prende la tua mano e ne legge ogni piega, ogni segno. Vive all’ultimo piano di uno stabile del centro storico di Palermo (da quassù la città si spande bianca e magmatica come spuma di mare), attorniata perennemente da nove gatti, forse dieci, forse più. Ho provato a contarli un giorno, ma ogni volta un gatto nuovo sbucava sopra un armadio, dietro a un angolo della cucina, o mi guardava, placido e indifferente, nascosto tra le gambe di Lidia.
L’odore felino entrando in casa è insopportabile e si ha la sensazione che ogni cosa, non solo l’aria, ne sia impregnata. Quando afferro una sedia, Lidia mi allunga un foglio di giornale: “Per non sporcarti”, mi dice, aspirando una delle prime sigarette della giornata. Poi inizia a chiedermi, a interrogarmi. Lei, che mi conosce da più di dieci anni ormai. Lei, che sa già tutto. 
Sembra che le mie parole si incastrino da qualche parte nelle pieghe della sua memoria, o si consumino, come se non fossero mai esistite, e così rispondo di nuovo, con pazienza, alle stesse domande, agli stessi occhi curiosi che mi scrutano. Tutto appare, in questa sorta di ripetizione, come un rito.

Le gambe di Lidia sono gonfie, le caviglie troppo piene. Cammina a fatica, reggendosi su un bastone. Vuole prepararmi un caffè. L’accompagno in cucina. Nel lavello, una pila di piatti sporchi. Tutto il resto è in ordine. Una parete azzurra e una presa elettrica staccata. I gatti ci seguono, con un tenace miagolio. Lei risponde, miagolando. Sembra parlare con loro. “Ci parlo veramente!” mi dice, come leggendomi nel pensiero. Ma Lidia, se fermi lo sguardo all’improvviso, se lo fermi nell’intercapedine di un attimo, lo cattura, questo attimo, e non ti lascia scampo, leggendo veramente nel pensiero.
A terra, in un angolo, escrementi di gatto. In una delle stanze che affacciano sul corridoio, una stanza enorme con specchi grigi e mobili consumati dal tempo e dalle unghie feline, intravedo tre enormi lettiere, non pulite da giorni, forse settimane. In questa stanza l’odore acido è ancora più intenso. Penso che ormai anche le pareti sono pregne di effluvi di gatto. Fumo di sigaretta ed escrementi di gatto. Alcuni hanno larghe chiazze rosa senza pelo sul manto rossiccio. Anche per questo emanano un odore così acre. Lei non pensa siano malati, forse per una sorta di infantile noncuranza, di selvatichezza dello spirito, ma non certo perché non li ami. Se qualcuno tentasse di portarli via Lidia ne morirebbe. Non concepisce la sua vita senza i suoi compagni felini e senza libri. Sono la sua costellazione, la sua mappa del cielo.
Gli occhi grigi azzurri di Lidia, simili a turchesi in fondo al mare, mi fanno dimenticare l’odore pieno, fastidioso e troppo intenso che forse ormai emanano anche le pareti.
Lidia ha vissuto a lungo Parigi. Si è laureata in legge, a Catania.

Il caffè è pronto. Torniamo nella piccola sala da pranzo, abbagliante di luce come un tempio. I gatti, due, tre, poi quattro, si incrociano nelle sue gambe malate mentre cammina lentamente lungo il corridoio dalle pareti gialle. “Perché non mi prepari una bella pasta con le sarde?” mi dice mentre, sedendosi, prende un mazzo di tarocchi egiziani e comincia a mischiarli con una calma attenta, senza smettere di guardarmi. Subito dopo sembra dimenticare la sua domanda, spinge la sigaretta contro il posacenere, si premura che sia spenta, poggia il mazzo di carte davanti a me, incrocia le braccia e aspetta. 
Taglio il mazzo, distendo le carte sulla tovaglia macchiata di caffè e ne scelgo una, poi altre due. Giro la prima carta e rimango esterrefatta, mentre Lidia stringe gli occhi come per concentrarsi e mi chiede di guardarla. 
Al centro della carta è disegnata una donna con un ramoscello nella mano destra, ai lati due piramidi, sopra la scritta voyage, viaggio. La carta è bellissima. Ai piedi della donna un leone e un toro simboleggiano la terra. Sopra un’aquila e un angelo, il cielo. Lei, la donna, è racchiusa dentro a un cerchio formato da un serpente che mangia la sua stessa coda. Un uroboro. Come lo stesso anello che posseggo da anni e che indosso anche ora. È un simbolo, l’uroboro, dal greco οὐροβόρος, οὐρά, urà, “coda” e βορός, boròs, “mordace”.  Il cerchio è l’infinito, ma anche l’eterno ritorno e il tutto, il cielo e la terra insieme, il mondo. 

The white witch
La strega bianca – ©Anna Consilia Alemanno, DooGReporter 2024

“Vorrei imparare una lingua”. Mi dice Lidia all’improvviso. Gli occhi sul mozzicone di sigaretta ormai spento tra le dita. “Ma tu parli già un’altra lingua Lidia, il francese” Le ricordo cercando di incontrare il suo sguardo. Alza la testa, gli occhi piccoli si illuminarono. “Ah sì, è vero sì. Il francese! Dovevo parlare per forza in francese quando mi rinchiusero in quel posto maledetto. Sennò come mi capivano quelli”. Prende un’altra sigaretta, l’accende in fretta e aspira a lungo prima di riprendere a parlare. “Sai cosa facevo per passare il tempo? Saltavo dal tavolo alla sedia e dalla sedia al tavolo. Un giorno caddi con la testa all’indietro. Ma non mi feci nulla. Solo un grande spavento. Non ce la facevo più a stare chiusa lì dentro. Poi, qualcuno ebbe forse pena di me e mi permise di andare in giardino. Era immenso e umido. Sentivo l’acqua dell’oceano che arrivava fin sul prato. Il rumore dell’oceano sovrastava tutto. Tranne la voce di quelle puttane”. “Puttane? Quali puttane?”, le chiedo. “Quelle suore del convento vicino. Ogni sera recitavano una omelia, una preghiera, non so cosa… maledette. Ogni sera, in continuazione. E poi chi lo sa cosa dicevano, non capivo nulla. E gridavo buttane, smettetela. Le chiamavo buttane in siciliano e non puttane altrimenti mi avrebbero capito. La Rochelle… quaranta giorni in quel posto maledetto”. Sulle ultime parole strizza gli occhi, spinge la sigaretta contro un piccolo piatto di ceramica già annerito dalla cenere, le braccia conserte, e guarda oltre, fuori dalla finestra aperta. In quel caldo siciliano anche le prime stelle del cielo sembravano roventi. “Ero alla Rochelle” continua, senza muovere gli occhi da quell’azzurro sbiadito. “Il porto più grande d’Europa, dove arrivavano carichi enormi di sarde. Ma lì non ho mai mangiato sarde. Mai. Chissà perché.” 

L’esistenza di un nuovo inizio che avviene dopo ogni fine. Simbolo di rinascita e di perenne trasformazione. Il serpente cambia costantemente la sua pelle rimanendo però sempre fedele a sé stesso. Il viaggio poi, è la mia essenza. Lidia, dopo avermi svelato il significato della carta, oltre l’uroboro e oltre le piramidi, afferra il bastone poggiato sull’angolo del tavolo e cerca di alzarsi. Vuole regalarmi un libro. La sua casa è piena di libri, ovunque, in tutte le stanze, anche in cucina. “Mi salvano dalla solitudine, senza di loro e senza i miei gatti non riuscirei a vivere”. E mi guarda come se fosse piena e amara di certe lacrime che ha avuto il coraggio di non versare mai. “Scegli dalla mia libreria. Prendi il libro che vuoi. Li ho letti tutti sai? Scegli… e torna a trovarmi presto”, mi dice, accendendosi un’altra sigaretta.

The white witch
La strega bianca – ©Anna Consilia Alemanno, DooGReporter 2024
Testo e Foto:  Anna Consilia Alemanno
Testo originale in Italiano - Traduzione interna
Italia
Palermo, Italia
DooG's Contributor
Anna Consilia Alemanno
Italia
Journalist

© Portfolio - La strega bianca

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