Vecchi tempi andati

Luigi è il più anziano e si porta sulle spalle 86 anni di ricordi, echi lontani di un mondo che sbiadisce inesorabilmente e probabilmente non tornerà più. Era il mondo dei pastori e dei contadini, dei contrabbandieri e dei lupi: un mondo di pietra, immobile, che rischia di franare nell’oblio.

Vecchi tempi andati

Valle Argentina, Borgo Realdo
Comune di Triora (Imperia)

Quando entriamo nel minuscolo appartamento, Luigi sta preparando la cena, nel pentolino sfrigola una manciata di fettine appassite di cipolla. Non sono ancora le sei di sera, la luce grigio ferro della primavera mista a inverno si sta acquattando dietro le montagne e Realdo – un manipolo di vecchie case gettate sull’orlo di una falesia a mille metri d’altitudine, nella Valle Argentina ligure – è già in penombra, già chiama alla notte.
«Venite, venite, entrate – Luigi ci fa strada, spegne il piccolo fornello, sposta le sedie per farci accomodare –. Sono contento che siate passati. A volte mi capita di non vedere nessuno anche per quattro o cinque giorni di fila. Ci sono abituato, eh, però sapete com’è … ». 

Luigi Lanteri Lianò è uno degli ultimi abitanti rimasti a Realdo, frazione del comune di Triora (IM) ma solo dal ’47, perché prima faceva parte del comune di Briga Marittima e ligure ci è diventato soltanto dopo la Seconda Guerra Mondiale: a testimoniarlo è rimasta soprattutto la lingua, una variante dialettale alpina associata all’area occitana e tutelata come minoranza linguistica, usata solo qui e nel vicino borgo di Verdeggia. A parlarla però sono rimasti in pochi: oggi Realdo (Reaud, in occitano) ospita in pianta stabile soltanto sette abitanti. Luigi è il più anziano e si porta sulle spalle 86 anni di ricordi, echi lontani di un mondo che sbiadisce inesorabilmente e probabilmente non tornerà più. Era il mondo dei pastori e dei contadini, dei contrabbandieri e dei lupi: un mondo di pietra, immobile, che rischia di franare nell’oblio.

La casa di Luigi sembra uscita da un libro di storia. Una stanza scarna e in penombra funge al tempo stesso da cucina, salotto, sala da pranzo; una vecchia cucina a legna tossicchia in un angolo, poche tazze sbeccate fanno mostra di sé su una mensola sbilenca e qualche attrezzo da pastore – un campanaccio usurato e una vecchia forbice da tosa arrugginita – se ne sta appeso a un gancio, a metà strada tra il ricordo e la dimenticanza. Niente ninnoli, niente fronzoli: altrove questa stanza sarebbe definita “minimal”, ma non servono anglicismi per raccontare la dignità, la geografia privata di una vita umile, abituata a possedere solo l’essenziale e a prendere il resto in prestito dalla montagna. Cosa resterà di queste vite, viene da domandarsi, quando gli ultimi testimoni se ne saranno andati? Quali ricordi dureranno in queste vallate già dimenticate dall’uomo, figurarsi da dio?

Rimedi d’alta quota

Per più di sessant’anni Luigi è stato un pastore: la sua famiglia possedeva un’ottantina di pecore brigasche che spostava dal mare agli alpeggi una volta l’anno, e viceversa. «Una volta ero un camoscio, sai? Su e giù, su e giù dalle montagne con le pecore. Facevamo la transumanza con le greggi, le spostavamo a seconda delle stagioni – racconta Luigi, lo sguardo che si addentra nei soffici meandri della memoria –. Era una vita grama, difficile. Vivevamo come poveri montanari, mangiavamo quello che riuscivamo a coltivare quassù, preparavamo il brus [il formaggio locale, nda] ci curavamo con le erbe che trovavamo in alpeggio. Si imparava».
Non si definisce un guaritore: i rimedi che conosceva lui, dice, sono quelli che conoscevano tutti, nati dalla necessità pratica di campare con ciò che si aveva a disposizione. Come l’iperico che «mischiato con l’alcol cicatrizzava i tagli da fieno», oppure la genziana che alcuni, ricorda Luigi, bevevano sotto forma di decotto ogni mattina, a digiuno, per fortificare il sangue: «ma erano pochi a farlo, perché la genziana è amarissima, così amara che se per caso ne tagli una radice col coltello e ti dimentichi poi di pulirlo, il sapore amaro passa anche al pane, al formaggio, a tutto».

Per il raffreddore, invece, si raccoglievano le pigne del pino silvestre in agosto, quando ancora erano verdi, e le si metteva in un barattolo con un po’ di zucchero: lasciando il composto al sole per qualche tempo si creava uno sciroppo dolce, resinoso, da prendere ogni volta che saliva la tosse. E ancora, c’erano l’assenzio – digestivo – oppure l’arnica e l’achillea d’alta quota: venivano entrambe raccolte a oltre 2500 metri d’altitudine, negli alpeggi su cui Luigi trascorreva due o tre mesi l’anno insieme agli animali. L’achillea di montagna, spiega, fa bene allo stomaco: non è che ne voglio provare un po’?, mi chiede. Allora si avvicina agli scuri delle finestre, armeggia per qualche secondo e ritorna al tavolo con un mazzolino di achillea che stava essiccando appesa alla griglia, i capitolini bianchi ormai ingialliti e fragili sotto le dita, e me lo porge: «così la provi – spiega –. Quando scendevo dall’alpeggio, ne portavo giù tanti mazzi alle persone del paese. Perché si trovava solo su». 

Parla a briglia sciolta, Luigi. Dopo l’iniziale ritrosia tutta montanara, si è messo comodo, ha iniziato a raccontare. Vuole mostrarci le cose: le piante essiccate, il cucchiaio di ferro con cui si raccoglieva la ricotta di capra dal secchio, il disegno di una pecora brigasca, un vasetto di termentina, come chiama la resina di larice usata per curare i tagli da freddo sulle mani. «Bisogna cercare i larici vecchi – spiega l’anziano pastore, mescolando la resina verdastra e aromatica con un legnetto –. Meglio ancora, quelli che sono stati colpiti da un fulmine: rilasciano tutta la resina lungo la corteccia spaccata. Fa’ vedere le mani? Ecco – vede un taglietto, vi lascia cadere una goccia di composto –, adesso mettici sopra un pezzetto di carta di giornale, via, ché sennò si incolla dappertutto, sui vestiti, sui capelli. Domani è guarito tutto». Sospira, negli occhi azzurri c’è una specie di nostalgia: « Adesso se parli di queste cose ti prendono tutti per scemo».

Nidi vuoti

La Realdo dei racconti di Luigi è diversa da quella deserta che abbiamo attraversato nell’eco dei nostri passi per arrivare da lui. Vivace e fiorente, il borgo era uno snodo importante per i commerci di lana e di ardesia tra Italia e Francia; pastori e contadini, la gente di Realdo si sentiva più brigasca che italiana: ma dopo il ’47 tutto è cambiato, la comunità è stata smembrata, il territorio spartito con la Francia e ai realdesi è stata imposta una nuova identità. Briga (La Brigue) è passata ai vicini d’oltralpe e a Realdo e Verdeggia da un momento all’altro la gente è diventata ligure anziché piemontese: «Hanno fatto un grande caos – ricorda Luigi – con i documenti, con i cognomi. Alla fine ci hanno detto di prendere il doppio cognome perché di Lanteri ce n’erano troppi, non riuscivano a distinguerci. Così io ho preso il cognome Lianò, che è tipico di Briga». Sebbene durante l’inverno Luigi abitasse sulla costa, a Realdo ci saliva sempre volentieri, ogni anno durante la transumanza, quando portava le pecore da San Lorenzo al Mare al Pin, sopra l’abitato, e poi ancora più su fino al Colle dei Signori. «Si saliva i primi di giugno – spiega – e si restava in alpeggio per tutta l’estate. A settembre si scendeva qui per tosare gli animali, e a novembre invece si tornava sulla costa. E poi daccapo».

Ma oggi del “nido d’aquila”, della “Cà da Roca” che descrive Luigi rimane solo l’eco: è un nido, questo sì, abbarbicato sulla falesia, ma è quasi vuoto. Le case di pietra e tetti d’ardesia sono chiuse, il forno comune apre i battenti soltanto per alcune sporadiche iniziative locali e non ci sono attività commerciali, a eccezione di un rifugio con qualche posto letto e un bar-ristorante che in bassa stagione apre a discrezione della titolare e dei capricci del meteo montano. Quindi poco. Realdo non è toccato particolarmente neanche dalla fama di “paese delle streghe” che invece ammanta Triora, soltanto quindici minuti di tornanti più in basso. «Streghe? – Luigi ride, scuote la testa, è scettico – Erano la povertà e la disperazione a far credere alle storie delle streghe. Io non ci credo, via. C’erano cose più importanti di cui preoccuparsi».

Quando è tempo di andare ci accompagna alla porta e non si capisce se voglia trattenerci o congedarci. Infine allunga la mano, ce la stringe con un vigore inaspettato in un uomo così anziano. Fuori è già calata la penombra della sera, è tempo di tornare al fuoco, di rintanarsi nel proprio nido: tutto ciò che a Luigi è rimasto, perché non ha figli e sulla costa con i nipoti non ci vuole stare. Non vuole creare problemi, dice. «E poi, quassù si sta bene. C’è l’aria buona. Però quando tornate – aggiunge –, passate ancora. Mi fa piacere, sono contento di parlare con qualcuno ogni tanto».

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