Anna Alemanno | Massimiliano Pescarolo
Ragazzi Harraga
Anna Alemanno | Massimiliano Pescarolo

Ragazzi Harraga

Una storia vissuta a Palermo, Italy

La spaesatezza diviene un destino mondiale (…)

Martin Heidegger

Nessuno nasce illegalmente o migrante. Guardando gli occhi di Ismaila, un ragazzo senegalese di 21 anni arrivato in Italia nel 2016, con alle spalle una storia di immigrazione dura come tante altre, ecco che concetti astratti come giustizia, identità o appartenenza acquisiscono il volto concreto di storie, vite, drammaticamente urgenti e immediate.
Conosco Ismaila a Palermo. Ci siamo dati appuntamento a metà strada, nel centro storico della città, e mi accorgo solo quando arrivo all’orario concordato che è una bella coincidenza aver scelto come punto di incontro un luogo simbolo del sincretismo religioso: la Cattedrale. La basilica della Santa Vergine Maria Assunta divenne infatti, quando la Sicilia fu invasa dai saraceni nel 831, un luogo di culto musulmano, prima di essere riadattata nuovamente al cristianesimo. 

Ismaila, come tanti minori non accompagnati arrivati nel nostro paese, è stato sostenuto e aiutato dal CIAI, il Centro Italiano Aiuti all’Infanzia che, grazie al progetto Ragazzi Harraga, garantisce ogni anno a quattrocento giovani migranti i servizi e gli strumenti necessari a essere parte integrante e risorsa della società. Il progetto nasce a Palermo, città di frontiera che diventa per i tanti minori che arrivano soli in Italia dopo mesi di fuga dai loro Paesi di origine, un approdo sicuro.

Ragazzi Harraga | ©Massimiliano Pescarolo
Ragazzi Harraga | ©Massimiliano Pescarolo, 2016

Harraga, “che bruciano le frontiere” – in arabo, harraga significa appunto “colui che brucia” -, ragazzi e ragazze disposti a rischiare tutto pur di migrare. “Qui ho avuto la possibilità di studiare” mi racconta Ismaila, “l’unico modo per garantirmi un futuro migliore  e soprattutto inserirmi in Italia era frequentare la scuola, anche per imparare bene la lingua. Ora sono al quarto anno della scuola alberghiera, mi diplomerò a giugno. La cucina è una mia grande passione insieme allo sport! Sogno di andare a Milano o Bologna, di iscrivermi all’università, in Scienze Motorie”. Ismaila parla sei lingue e ha lavorato anche come mediatore culturale. “Nel progetto Ragazzi Harraga erano previsti tanti laboratori interculturali, parlavamo tra noi delle religioni, della cultura e dei diversi modi di vita tra l’Africa e l’Europa. Lì ho capito che tra la cultura africana e quella italiana ci sono molte cose in comune ma anche molte differenze, religiose soprattutto. Il programma mi ha aiutato molto a integrarmi e a inserirmi, e ho capito come dialogare in un mondo diverso dal mio e trovare nuovi amici”. 

Nonostante il volto sia coperto in parte dalla mascherina si avverte come il sorriso di Ismaila sia luminoso, gentile. Lui è un esempio di come l’integrazione e l’interazione tra culture differenti non solo sia possibile, ma una volta realizzata diventa un modello di arricchimento e sviluppo per entrambe le parti: per chi accoglie e per chi viene accolto. Le vite precarie dei migranti affermano il diritto di muoversi, migrare appunto, fuggire, andare oltre confini sfidando la divisione territoriale del mondo, scardinando il modo in cui dovrebbero rispettare il posto assegnato loro dalla storia e ricomponendo un altro spazio non ancora “autorizzato” ma vivo, esistente, fatto di persone, carne e vite. L’habitat del migrante è in continuo movimento, è semplicemente un modo nuovo e diverso di occupare lo spazio non come struttura fissa e conchiusa, ma non per questo impossibile da vivere, pericoloso o estraneo.

Nelle acque del Mediterraneo ancora oggi si consuma quella che è avvertita come una disintegrazione dei confini occidentali, la percezione della migrazione come un problema. Ma le parole e gli occhi di Ismaila, che con tanta passione e fiducia in un futuro diverso sogna un lavoro a Milano dopo aver attraversato il dolore profondo di un viaggio di sola andata, dove non c’è una casa a cui fare ritorno, raccontano semplicemente di un senso altro di “dimora”, di essere nel mondo, qualcosa che dovrebbe essere normale e praticabile, invece è difficile, tortuoso, per alcuni impossibile. Il cielo sopra di noi inizia a scurirsi mentre parliamo. Oggi è il primo giorno di un freddo insolito per questa città “dai tanti porti”, crogiolo da sempre di culture differenti. Il vento ci spinge a ripararci accanto all’entrata principale della Cattedrale. 

Ragazzi Harraga | ©Massimiliano Pescarolo
Ragazzi Harraga | ©Massimiliano Pescarolo, 2016

“Il progetto del Ciai mi ha aiutato molto” continua Ismaila e spero che molti ragazzi possano avere la possibilità di fare la mia stessa esperienza. Ti senti parte di questo nuovo mondo, hai una prospettiva”. 

Cohousing, laboratori interculturali, attività di orientamento e tirocini formativi realizzati da organizzazioni come il CIAI, aiutano i minori migranti a tracciare una rotta, a costruire un nuovo progetto di vita partendo dalle proprie competenze e attitudini. I ragazzi possono così pensare a ricreare una residenza prima di tutto all’interno di loro stessi, ricomponendo i frammenti della propria esperienza e trasformando questa loro “condizione di confine” in un nuovo inizio. Come ha scritto il critico americano di origini palestinesi Edward Said “gli esuli attraversano le frontiere, abbattono le barriere del pensiero e dell’esperienza”.
Parlando con Ismaila avverto come il suo sguardo e le sue parole siano sempre oltre l’orizzonte, rivolti a una vita finalmente possibile. Salutando gli dico, se vorrà, di scrivermi quando verrà a Milano, dove vivo. “Sì, certo. Lo farò! Però non so… forse andrò in Emilia Romagna. Lì c’è il mare”. Mi risponde, sempre sorridendo.

La testimonianza del fotografo Massimiliano Pescarolo

Harraga per me è stato un reportage intenso. Ricordo ancora i giorni trascorsi con questi ragazzi di culture e religioni differenti, il vivere la quotidianità con loro è stata un’esperienza unica, difficile da raccontare. Alcuni di questi ragazzi arrivano da zone di guerra, altri da povertà estrema: l’unica soluzione è scappare. Molti di loro partono da giovanissimi, tra i 12 e i 13 anni, per un viaggio che può durare anche un paio di anni. L’Italia non è la meta finale ma i confini di molti Stati africani sono chiusi e così diventa l’unica meta possibile. Attraverso i loro racconti, ho appreso che il punto di partenza comune a quasi tutti è il Niger, tramite mercanti di uomini, poi la traversata del deserto, i lager libici e infine il Mediterraneo. La permanenza nei lager libici è l’esperienza che ha segnato più profondamente le loro vite: la reclusione in celle sovraffollate con luce artificiale ventiquattro ore al giorno ha causato danni psico-fisici importanti. L’aspetto che più mi ha colpito è la voglia che esiste ancora in loro di sognare e di creare qualcosa di bello, nonostante tutto il male che hanno sofferto.

Ousman, uno dei ragazzi, era interessatissimo alla mia macchina fotografica e mi ha confessato quello che avrebbe voluto fare da grande: il fotoreporter. Altri, come Ibrahim, volevano diventare calciatori professionisti, Ismaila invece voleva fare il cuoco. Altri ancora aspirano a lavori come il falegname, l’idraulico, l’elettricista oppure il meccanico. Tra le tante parole scambiate con i ragazzi, una di quelle che mi ha toccato emotivamente è stata “perdono”. Un’emozione simile l’ho poi provata incontrando le donne Tutsi superstiti del genocidio rwandese, per loro “perdonare” significa riuscire a superare il passato e iniziare a ricostruire la vita. Credo che questa sia l’essenza della fotografia, uno strumento che ti permette di entrare in contatto con l’umanità e trarne insegnamento.

Ndr: in questo reportage si fondono due lavori realizzati in due diversi momenti. Il testo è stato scritto nel 2020 mentre le fotografie sono state realizzate nel 2016.

Testo (feb.2020) | Anna Consilia Alemanno
Foto (2016) | Massimiliano Pescarolo
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Mi piace avere e conservare uno sguardo obliquo sulle cose, uno sguardo nomade di chi attraversa il mondo cercando di afferrare quell’elemento misterioso, non del tutto afferrabile, che abita i luoghi.
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Ho sempre concepito la fotografia come uno strumento capace di testimoniare, di mettere in luce e raccontare storie… e da queste storie poter trarre un insegnamento

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