Mi trovo in India, a Rishikesh, in un viaggio dove i ritmi delle giornate sono scanditi dalle pratiche di yoga e meditazione. Un pomeriggio la nostra insegnante e guida ci dice che ci sarà una sorpresa. Così dopo una corsa col tuk tuk per raggiungere la parte indiana di Rishikesh – contrapposta a quella occidentalizzata per via del turismo yogico – e dopo una rocambolesca camminata lungo la sponda est del Gange, tra la folla, gli stand di street food, e miei tentativi di immortalare alcuni scorci senza però perdere di vista il gruppo, mi ritrovo all’entrata di un… qualcosa.
È l’Ashram dei Beatles. A quanto pare qui si trova un Ashram dove i Beatles, nel 1968, si ritirarono per praticare la meditazione trascendentale. Davvero una sorpresa. Nessuno di noi sapeva della sua esistenza, e ancora meno che fosse proprio qui a Rishikesh. Dopo la coda per fare i biglietti entriamo dentro quella che sembra essere una riserva naturale, una specie di bosco… Ci sono anche delle strutture abbandonate di dimensioni e architetture diverse, sparse qua e là. Mi colpiscono subito degli edifici rotondi con cupole di ciottoli che, con un po’ di fantasia, rievocano i nostri trulli… Non posso fare a meno di entrarvi, mentre parte del gruppo già si dirige altrove.

Dentro mi accolgono pareti con fessure importanti, ma anche scritte e murales coloratissimi, quasi un po’ psichedelici. Mi hanno sempre affascinato i luoghi abbandonati, decadenti, e con dettagli bohémien che raccontano una storia, come se ancora si potesse percepire qualcosa di chi ci ha vissuto… So già che adoro questo posto. Esco dai “trulli” e mi inoltro nella riserva, ammirando gli edifici sparsi qua e là, ognuno con dei murales, alcuni con simboli mistici, altri che rappresentano uccellini, donne indiane, suonatori…
Deve essere un posto abbandonato da molto tempo, sembra che la natura si sia in un certo modo impossessata degli edifici, e questi a loro volta, con i loro muri ingrigiti e attaccati dai licheni, le aperture senza telai, le porte aperte a metà, pare ne siano diventati parte integrante.
Entriamo in quella che sembra essere una grande sala. Probabilmente qui si facevano delle riunioni o dei concerti. Su una parete ci sono i ritratti enormi dei Beatles, e una specie di palco con quella che a me sembra essere una lapide nera con la scritta “Ashram Beatles”. Sotto una finestra la scritta gigante “All you need is love”. Tutti la fissiamo, sarà per la luce particolare che illumina quella parete, o sarà perché è una frase così semplice eppure così vera. Continuiamo a vagare per il bosco, ogni volta scoprendo scorci nuovi, tunnel, murales, edifici diroccati. Finalmente arriviamo in un edificio enorme, saranno almeno 6 o 7 piani. Sulla terrazza ci sono delle cupole. La sua maestosità stona un po’ con il resto degli edifici. Una volta dentro le luci e le ombre del tramonto che entrano dalle finestre merlate creano giochi di luce suggestivi. In cima, sulla terrazza, rigorosamente senza alcun parapetto, la vista del bosco dall’alto è spettacolare.
A breve farà buio, così purtroppo dobbiamo lasciare questo posto in cui sarei potuta rimanere dei giorni. Me ne vado portando con me un senso di gratitudine per quest’esperienza di un luogo un po’ magico, dove il tempo sembra essersi fermato e ogni angolo conserva storie e segreti di un’altra epoca, di cui, nonostante il passare del tempo, se ne percepisce ancora l’energia accogliente e onirica.

L’Ashram dei Beatles a Rishikesh
Sulla sponda orientale del Gange, ai margini del Rajaji National Park, si trovano i resti del Chaurasi Kutia, l’ex ashram fondato nel 1963 dal fondatore della meditazione trascendentale Maharishi Mahesh Yogi, e noto in tutto il mondo come l’ashram dei Beatles.
Il complesso si estende su un’area di circa quattordici acri presa in affitto dal Forest Department dell’allora stato dell’Uttar Pradesh. Questo ashram era organizzato attorno a una serie di edifici con destinazione d’uso diversa, tra cui una grande Satsang Hall per le conferenze, alloggi residenziali, una stamperia e un osservatorio. A questi si aggiungeva un gruppo di ottantaquattro piccole celle di pietra a forma di cupola, sparse tra gli alberi e collegate da sentieri, da cui il complesso prende il nome. Chaurasi kutia, in hindi, significa proprio “ottantaquattro capanne”.
Nella tradizione indù il numero ottantaquattro rimanda agli 8,4 milioni di specie viventi attraverso cui, secondo la dottrina della trasmigrazione, l’anima transiterebbe prima di raggiungere la forma umana, e per questo è associato a un’idea di totalità e di compimento del proprio ciclo.

Nel febbraio del 1968 John Lennon, Paul McCartney, George Harrison e Ringo Starr arrivarono qui per studiare la meditazione trascendentale con il Maharishi. Si fermarono per alcune settimane e durante quel periodo composero una quarantina di canzoni, tra cui Blackbird, Back in the U.S.S.R., Dear Prudence, Sexy Sadie e Revolution.
Nel 1981 il contratto di affitto scadde e l’attività dell’ashram si interruppe. Per oltre vent’anni il complesso rimase abbandonato. Nel 2003 l’area fu inglobata nel Rajaji National Park, oggi Rajaji Tiger Reserve, e il Forest Department ne chiuse i cancelli senza però intervenire sugli edifici, che restarono alla mercé del tempo. Il sito è stato infine ufficialmente riaperto al pubblico nel 2015.
I murales che si vedono oggi sulle pareti di molti edifici non risalgono però al periodo dei Beatles ma sono opera dello street artist canadese Pan Trinity Das, che nel 2012 iniziò a lavorare in clandestinità nella vecchia Satsang Hall, trasformandola in quella che ha chiamato Beatles Cathedral Gallery. Dopo essere stato allontanato, Das è tornato nel 2016 con un’autorizzazione ufficiale da parte del Forest Department e ha avviato il Beatles Ashram Mural Project, coinvolgendo anche altri artisti. I ritratti pop dei quattro musicisti, i mantra, le figure di sadhu, le donne, gli uccelli e i mandala che ricoprono i muri sono il risultato di questo lavoro collettivo.