Giada Malagoli

Tierras de los muertos

Qui vivono i Wayuu, un popolo nativo della penisola della Guajira, divisa tra Colombia e Venezuela, oggi in pericolo per la mancanza d'acqua
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La Guajira, La tierras de los muertos - Giada Malagoli Minutiello, ©2024

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Dip. di La Guajira, Colombia

Ripercorro con la mente quella strada: arida, secca, dove il vento soffia aria calda, la sete asciuga il palato e il sole brucia la pelle. Gli animali cercano disperatamente una pozza di fango per bere. Vagano senza meta, senza padrone, senza speranza. Qui, nella Tierras de los muertos, vive il popolo Wayuu.
Nella Terra sacra per le sue pietre, la popolazione sopravvive elemosinando un sorso d’acqua, un pezzo di pane, un biscotto. Corrono scalzi e indossano gli stessi vestiti per settimane, perché l’acqua è un lusso anche quando è da bere, figuriamoci usarla per lavarsi.

In lontananza, cisterne di plastica sembrano miraggi nel deserto. Ma sono sporche, come l’acqua raccolta con fatica e sudore in pozzi dispersi. In questo scenario dimenticato da Dio, risuona il fischio di un treno che trasporta carbone. Si tratta del treno delle industrie che si sono impossessate di queste terre ricche di minerali. La jeep corre, la sabbia divampa nelle strade, solo corde flebili possono fermarla. Sono corde inventate: rappresentano la falsa speranza di un cambiamento che sembra non avvenire o, forse, per molti sono solo la corda della rassegnazione. Sono corde intrise di una disperata richiesta d’aiuto a uno Stato che ha dimenticato questo pezzo di terra. Sono fragili, come le mani di colui che è all’altro lato della corda: tiene insieme un filo legato a un ramo di un albero, tana di quello che sarà il bottino di fine serata.

La tierras de los muertos
Giada Malagoli Minutiello, ©2024

Wayuu, i figli del Sole e della Luna

Sopravvissuti alle barbarie della colonizzazione spagnola, il popolo Wayuu ha trovato nel territorio arido e impervio de La Guajira le condizioni favorevoli per sviluppare la propria economia basata sulla pesca e sulla pastorizia. I Wayuu sono i custodi di una cultura ancestrale, il loro nome è sinonimo dell’essere umano che, attraverso il sogno, connette la propria anima con la madre terra: Maleiwa.

Nel ciclo funebre, uno dei rituali più importanti della società Wayuu, la cultura riflette il concetto del legame tra la vita e la morte, l’importanza del transito e della trasformazione dell’anima. Si crede che, quando un membro di un clan o di casta muoia, il suo spirito viaggerà verso Gepirra (Cabo de la Vela), e la sua anima andrà verso il mare, pronta per iniziare il viaggio nell’oltremondo.

Il rito del funerale Wayuu si divide in due fasi che corrispondono alla morte in due tappe. La morte fisica come separazione dello spirito dal corpo e, poi, la “seconda morte”, quando l’anima scompare definitivamente nell’oblio, quando nessuno ricorda più quella persona. Sebbene il secondo funerale e l’oblio non coincidano temporalmente, condividono un significato sociale importante: entrambi riguardano la scomparsa dell’individualità in una dimensione collettiva.

Dal punto di vista sociale, i rituali funebri hanno un significato cruciale, con la famiglia chiamata a dimostrare generosità, ospitalità e amicizia verso la comunità. Dopo un periodo che va da due a dieci anni, si svolge il secondo funerale. Le ossa vengono esumate, lavate e, dopo una veglia di nove notti a cui partecipa solo il nucleo familiare stretto, vengono trasferite al cimitero del clan matrilineare. Questo luogo assume un’importanza fondamentale, simboleggiando il legame tra il clan e il territorio, attestandone la proprietà.

La tierras de los muertos
Giada Malagoli Minutiello, ©2024

Il popolo Wayuu è diviso in caste o clan. Il ruolo della donna è fondamentale. Questo li definisce come una società matrilineare, in cui il prestigio della donna è strettamente legato alla procreazione, conferendole il potere di garantire la continuità e la permanenza alla vita, oltre ad avere il diritto della linea sanguinea sui figli. Un altro rituale noto è quello dell’entierro, l’iniziazione delle ragazze alla vita adulta, che inizia alla prima mestruazione. Durante un anno di solitudine, la ragazza apprende l’arte della tessitura a mano, manifestando desideri di vita e sentimenti attraverso la simbologia culturale. Quando ritenuta pronta, il suo viso viene dipinto per segnare il passaggio allo status di donna adulta.

La famiglia presenta la ragazza organizzando una festa, dove i pretendenti possono avanzare le proprie richieste, ma solo lo zio materno ha il diritto di decidere sul destino della ragazza. Il palabrero (pütchipü), riconosciuto dall’UNESCO come parte del Patrimonio Immateriale dell’Umanità, è un mediatore incaricato di risolvere le controversie con un messaggio di pace, neutralità e armonia nella società.

L’impresa del carbone

Le attività estrattive hanno sempre generato impatti negativi sull’ambiente e sulle comunità locali. La Colombia, principale produttore di carbone in America Latina e quinto nel mondo per esportazioni, evidenzia un contesto in cui le multinazionali straniere traggono profitti, mentre le popolazioni native subiscono gravi conseguenze.

La Guajira, ricca di risorse minerarie ed energetiche, è diventata un terreno di scontro tra interessi economici e sostenibilità ambientale. L’industria mineraria, sviluppatasi dagli anni ’70, ha portato a cambiamenti politici sotto le presidenze di Uribe Vélez e Santos, favorendo il modello minerario-energetico a discapito delle comunità locali.

Il dipartimento di La Guajira è ora alle prese con gravi problemi idrici. La deviazione del fiume Ranchería per soddisfare le esigenze della Cerrejón, la più grande miniera di carbone a cielo aperto al mondo, ha lasciato gli abitanti della regione con meno di un litro d’acqua al giorno, mentre la miniera utilizza enormi quantità d’acqua per le sue operazioni. Questo scenario mette in evidenza le disuguaglianze tra profitti delle multinazionali e la difficile realtà delle comunità locali, costrette a vivere con risorse idriche insufficienti e senza acqua potabile.

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Giada Malagoli Minutiello, ©2024

Una discarica a cielo aperto

La Guajira è l’unica regione dell’intero Sudamerica dove i bambini muoiono ancora di fame e di sete. Poiché il governo e le organizzazioni internazionali non hanno mai trovato una soluzione efficace per risolvere questa problematica, conosciuta ormai da anni, le imprese turistiche hanno preso il sopravvento, creando nuove e malsane abitudini nelle popolazioni locali e danneggiando l’ambiente circostante.

Lungo la strada si trovano montagne di rifiuti di ogni genere a causa dei continui passaggi di veicoli turistici. Il governo non ha un sistema di smaltimento dei rifiuti, con la conseguenza che tutto quello che i turisti donano pensando di fare del bene in realtà genera un impatto negativo. Questo alimenta non solo la già nota pratica di elemosinare da parte dei bambini, che spesso abbandonano la scuola per dedicarsi a questa attività, ma contribuisce anche alla mancanza di un’educazione ecosostenibile nei confronti dell’ambiente. Se non ci sarà un’iniziativa concreta da parte dello Stato, la Guajira rischia di diventare in poco tempo una discarica a cielo aperto.

La tierras de los muertos
Giada Malagoli Minutiello, ©2024

“Ripercorro con la mente quella strada: arida, secca, dove il vento soffia aria calda, la sete asciuga il palato e il sole brucia la pelle.
Gli animali cercano disperatamente una pozza di fango per bere, vagano senza meta, senza padrone, senza speranza…”

Testo e Foto:  Giada Malagoli Minutiello
Testo originale in Italiano - Traduzione interna
Colombia
Dip. di La Guajira, Colombia
DooG's Contributor
Giada Malagoli Minutiello
Italia
Photoreporter

© Portfolio - Tierras de los muertos

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