Gabriele Orlini

Storie Minime

Sono la tappa di un percorso, di un incontro con gli uomini che respirano il vento della terra situata alla fine del mondo.
Testo e Foto:  Gabriele Orlini

El Calafate, Argentina

“Viaggiatore, non c’è sentiero: il sentiero si fa mentre cammini”
Antonio Machado

Storie Minime sono la tappa di un percorso, di un incontro con gli uomini che respirano il vento della terra situata alla fine del mondo. Sono piccole storie raccontate sottovoce. Semplici, a tratti anacronistiche, forse banali, ma sempre sincere. Sono storie ascoltate attorno a un fuoco con il Mate – la bevanda sacra dell’ospitalità argentina – che passa di mano in mano durante una lunga notte nella pampa patagonica.
Come fossero una parte della storia di ognuno: quella volta nella vita in cui abbiamo parlato e ascoltato la parte più intima di noi stessi.

È accaduto a Thomas che dalla lontana Cornovaglia è arrivato fino a qui per sentirsi meno solo e lasciare tutti i suoi pensieri agli amati cavalli. A Ricardo, il guardiano del cancello di quella terra dove la vita viene data e tolta. A Javier, a Bernardo e a Santiago: piccole storie come piccoli e spaventati sono gli occhi delle loro pecore.
Ma sono pur sempre storie di giganti, di patagoni: gli esseri dai grandi piedi.

[…] e la Patagonia è il giusto luogo per iniziare a perdersi nelle radicate certezze, prendendosi il diritto – almeno una volta – di vivere nel dubbio.
Gabriele Orlini
Parque Glaciares, El Calafate (Argentina) | ©Gabriele Orlini

La Terra dei Giganti

La Patagonia si estende tra il Cile e l’Argentina per più di 900mila km2. È una regione con ampie pianure e leggeri altipiani, poca vegetazione ed è quasi disabitata (2 abitanti per km2) anche a causa dei costanti venti freddi e della terra dura.

Da sempre ha alimentato la fantasia e la passione di viaggiatori e scrittori. Uno dei primi esploratori europei, Magellano, diede ai suoi abitanti il nome di Patagão probabilmente a causa della loro altezza e dei costumi considerati primitivi: vestivano di pelli e mangiavano carne cruda. Al mondo non c’è alcuna regione come la Patagonia, capace di ammaliare con i suoi infiniti orizzonti e di far smarrire o ritrovare anche il viaggiatore più smaliziato.

THOMAS e i suoi cavalli

In Cornovaglia allevava cavalli. Li ha visti nascere e con loro è cresciuto.
Ereditando il sapere dal padre conosce ogni cosa di loro: gli atavici nomi – non quelli dati dall’uomo –, il loro senso di libertà, la vena selvaggia che pulsa in ogni purosangue.
Thomas ha 24 anni e oltre ai cavalli ama disegnare. È giunto dall’Europa con un unico grande desiderio: ascoltare il rumore del silenzio di una terra sconfinata che ha alimentato la fantasia di molte generazioni prima di lui e, dopo averne assorbito ogni singola nota silenziosa, ritrovarsi nel poter disegnare sul suo quaderno un’unica linea retta. Quella linea che i suoi occhi ogni giorno scoprono all’orizzonte.

La Patagonia è conosciuta anche per le sue immense praterie che permettono un allevamento naturale di bovini e ovini. Fortissima è la presenza di cavalli allo stato brado, soprattutto nelle terre ai piedi delle Ande, sul confine cileno. Nelle numerose fattorie (estancias) presenti in tutta la regione, è ancora d’uso la macellazione secondo gli antichi metodi dei nativi. Questa pratica prevede lo sgozzamento a lama dell’animale che viene quindi issato per le zampe posteriori in modo da far defluire il sangue per poi procedere alla scuoiatura e alla macellazione.

RICARDO, il senza terra

Nato in una famiglia di gaucho di origini Tehuelche, sin da bambino i suoi occhi sono rimasti ammaliati dalle sconfinate distese della Patagonia. Con il volto duro, comune agli abitanti di un luogo fatto da rigidi e ventosi inverni e brevi estati, incarna il significato profondo del termine huacho che in lingua quechua significa “senza terra”.
Salito sul dorso di un cavallo ancor prima di imparare a camminare, Ricardo – e prima di lui suo padre e suo nonno – è un selvaggio bianco che vive lontano dalla vita moderna.
Ricardo ha 46 anni, vive alle pendici delle Ande e non ha mai visto una grande città.

Sono molte le specie animali che popolano le sconfinate praterie della Patagonia, considerando anche la sua estensione e la scarsa presenza dell’uomo. Tra queste troviamo il guanaco – simile a un lama –, abile corridore, molto ricercato per le sue carni e per il suo caldo manto, e per molto tempo la principale fonte di sostentamento delle popolazioni native. Muovendosi in greggi, accade che i guanaco rimangano impigliati nelle recinzioni che negli ultimi anni sono apparse sempre più frequentemente soprattutto nelle zone a maggiore densità abitativa, divenendo, di conseguenza, cibo per altri predatori quali il puma, la volpe, i condor, e via discorrendo.

JAVIER, danza la vita

Dalla lontana Andalusia ha attraversato l’oceano portando con sé una passione della sua terra: la danza. Giunto in Argentina si è spinto fino al sud del mondo – in Patagonia – lasciandosi trasportare dai balli e delle danze del luogo, fatti di tango, di bolero, di cumbia, di continue contaminazioni dei popoli andini al confine tra Cile e Argentina.

Javier ama la vita, ama le cose semplici che soltanto un’esistenza a contatto con la terra è capace di regalare. Ha 35 anni, parla tre lingue e alla Fin del Mundo ha scelto di perdersi, per continuare a cercare il ritmo della sua danza.

Le immense praterie della Patagonia risultano un fertile terreno per l’allevamento di molti tipi di bestiame, tra cui le pecore. Preziose per il loro vello – quello patagonico è particolarmente caldo e resistente –, molte multinazionali del mondo tessile hanno deciso di acquisire questi terreni – specialmente a seguito del default economico argentino del 2001 anche a discapito delle popolazioni native – per la propria produzione di materia prima. Gli allevamenti nelle piccole estancias non servono le grandi multinazionali ma sono importanti per il fabbisogno e per il mercato turistico.

BERNARDO, sulle tracce del nonno

È un ragazzo di città, viene dal nord, in una zona dell’Argentina dove le stagioni cadenzano ancora il ritmo delle giornate e dove le caldi estati umide obbligano al riposo lungo le spiagge del Rio de la Plata.
Bernardo ha 24 anni e da quando era ventenne trascorre la sua estate in una estancia del Parque Los Glaciares, ai piedi delle Ande. Bernardo non è un huacho – suo nonno lo era – ma forse per il gusto della ricerca e del viaggio, ha deciso di ripercorrere la storia della sua famiglia tornando a vivere e lavorare dove tutto ha avuto inizio; perché non c’è nessun futuro per l’uomo che ignora il proprio passato e avvicinarsi ai confini del mondo permette di scendere in fondo a se stessi.

Le pecore patagoniche sono preziose per il loro vello particolarmente caldo e resistente. La tosatura viene effettuata ancora a mano, per mezzo di grandi forbici. I rasoi elettrici, più veloci e pratici, tendono a spaventare la pecora non abituata al forte rumore. La tosatura a mano, compito dei gaucho, diventa di fatto un’arte tramandata nel tempo.

SANTIAGO, non abbassa lo sguardo

Ha 18 anni e nel suo paese, la Colombia, studia per diventare un giorno dottore in medicina.
Ha scelto di prendersi un anno sabbatico per viaggiare in America Latina alla scoperta dell’origine della sua radice. E come una storia che si ripete, in questo suo viaggio sta scoprendo un mondo nascosto fatto di semplici gesti e profondi sguardi. Guadagnandosi il rispetto e la fiducia partendo dal basso, sporcandosi le mani con chi quella terra la calpesterà per tutta una vita. Santiago tornerà nel suo paese e, forse, un giorno sarà un brillante medico.
Alla Fin del Mundo era giunto con una promessa fatta alla madre: “non abbassare mai lo sguardo”.

L’allevamento dei bovini, in Patagonia, è secondo a quello delle pecore che di fatto rappresenta la fonte economica principale dopo al turismo. La bassa umidità, il particolare clima e la ricca presenza di vegetazione da pascolo, rende l’allevamento dei bovini – insieme a maiali e cavalli –, qualitativamente molto alto per la macellazione. Anche per questa ragione la carne argentina è tra le più ricercate e richieste in tutto il mondo.

RICARDO il guardiano del cancello

40 anni, argentino dalle prime generazioni che agli inizi del secolo scorso si persero nella terra del fuoco tanto cara a Magellano e Pigafetta. La sua storia nasce molto prima della sua stessa coscienza.
Ricardo ha il compito di preservare una delle più grandi tradizioni della cucina argentina: l’Asado.
E l’asador, che incarna la vita trasformando la morte, è come un sacerdote chiamato per accompagnare il trapasso. Sua è la responsabilità della tradizione, suo il privilegio di rendere il convivio degli uomini la sera.
L’asador Ricardo cura la vita procurando la morte, cucina le carni secondo le regole dei nativi e il ritmo della terra. E sotto le sue esperte mani e gli antichi gesti di coltello, il bestiame cresciuto nelle sperdute pianure della Patagonia si trasforma e diviene forza, diviene rito famigliare.
L’asador è un artigiano e nella persona di Ricardo ne diviene arte.

Patagonia Argentina | ©Gabriele Orlini
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