[2021] Jambiani NotesRaccontiamo il cambiamento
spugne Jambiani
Donna alla spongie farm di Jambiani | ©Gabriele Orlini, 2021

Le signore delle spugne

Dal taccuino di Gabriele Orlini

Abbiamo atteso qualche giorno, tra sopralluoghi alla spiaggia e calcolo delle maree, per riuscire a incontrare le donne che lavorano alla “Sponge Farm” – la fattoria delle spugne – qui a Jambiani, sulla costa sudorientale di Unguja. Avremmo potuto incontrarle e parlare con loro “sulla terra ferma” sotto la rassicurante ombra di una palma, ma il desiderio di sapere, conoscere, e comprendere era molto più forte della calura, e per questa ragione, dopo una mezz’ora di cammino lungo il bagnasciuga sotto un sole già bruciante alle prime ore del mattino, le abbiamo raggiunte nel loro usuale luogo di lavoro. Erano immerse fino al petto in un acqua turchese a qualche centinaio di metri da una riva di sabbia bianca e talmente fine da sembrare polvere dove, in un religioso silenzio, la barriera corallina disegnava una linea bianca all’orizzonte. Facendo attenzione a non calpestare gli innumerevoli ricci che macchiano il fondale – alcuni grandi come un pallone di un luccicante color cardinale, altri più piccoli e insidiosi – noi eravamo ancor più concentrati in scoordinati movimenti per il timore di bagnare troppo l’attrezzatura.

L’allevamento delle spugne è una delle attività tanto semplici quanto complesse presenti qui sull’isola. Frutto di un sottile e delicato equilibrio tra ataviche tecniche di allevamento e l’ecosistema di riferimento, ha visto nell’ultimo periodo un drastico ridimensionamento dovuto a un’anomala moria di questi organismi che hanno iniziato a popolare il nostro pianeta già agli albori dei tempi, circa 560 milioni di anni fa. Non si sono fatte per ora troppe ipotesi sulle ragioni di questo processo, ma gli esperti della Marine Cultures (organizzazione che dal 2008 si occupa della salvaguardia e dello sviluppo imprenditoriale delle donne addette alla Farm), pur non disponendo di dati certi, ritengono possa essere causata da un patogeno esterno dovuto (forse) alla monocoltura perseguita fino ad ora. Inquinamento ambientale, micro plastiche, aumento della temperatura dell’oceano, restano a oggi delle supposizioni da loro stessi, tuttavia, timidamente considerate.

Zainabu, madre single, è immersa fino alla vita nell’acqua cristallina e ci appare come una piccola visione: avvolta in un velo dello stesso color turchese del mare sembra una minuta emissaria di questo oceano straordinario. Con la delicatezza e la fermezza che solo una madre conosce, gelosa dei suoi pochi strumenti di lavoro di cui il suo sorriso ne è parte, ogni giorno si prende cura di questi organismi che ci mettono dai nove mesi a un anno per svilupparsi. Zainabu li vede crescere, li vede morire, sapendo già che il fine ultimo sarà quello di renderli qualitativamente appetibili per le vetrine degli hotel e i banchi dei market dedicati a turisti distratti.

Il lavoro di Zainabu, come quello delle molte donne immerse fino al petto in quest’acqua cristallina che nessun depliant di agenzia sarà mai capace di rendere reale, non va considerato come una mera fonte economica. Nel fragile panorama ambientale, il lavoro silenzioso di queste donne le rende custodi di un patrimonio fondamentale per lo sviluppo della comunità locale, e la salvaguardia degli equilibri naturali di un habitat messo costantemente sotto pressione.

spugna marina
Allevamento di spugne | ©Gabriele Orlini, 2021
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Racconto le storie dei singoli, uomini e donne che insieme formano quel puzzle scomposto chiamato Umanità e a cui tutti, in qualche modo, apparteniamo.
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