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Immortali e invisibili testimoni

Immortali e invisibili testimoniDal taccuino di Andrea Calandra

Cent'anni di solitudine copertina
Cent'anni di solitudine, Gabriel García Márquez | ©Tutti i diritti riservati

Leggere Cent’anni di solitudine (1967) è come essere immortali con il potere dell’invisibilità. Si è testimoni da vicino della vita delle persone.

Gabriel García Márquez ci racconta della storia di una famiglia attraverso le generazioni, e lo fa nel suo stile, estremamente romantico e a volte crudo. Márquez descrive perfettamente non solo i desideri e le speranze, ma anche le pulsioni e le debolezze dei personaggi della famiglia Buendia. E lo fa in modo impeccabile, tanto da farci sentire quasi dei testimoni invisibili di tutto quello che accade al suo interno.

La tremenda solitudine, che dà anche il titolo al romanzo, permea la storia di questa famiglia nel corso delle generazioni. È una sensazione netta, che deriva dall’isolamento che incombe su ogni personaggio. Ognuno lotta per qualcosa e, se riesce a ottenerla, la soddisfazione è effimera, quasi vuota. È un po’ la narrazione della condizione umana, che è un viaggio alla ricerca di qualcosa. I personaggi sono spesso difficili da distinguere, perché molti nomi sono simili – c’è anche chi resuscita – e le descrizioni non sono così ben delineate (volutamente). Il protagonista raccontato infatti è uno, l’essere umano, distribuito tra uomini e donne di sette generazioni della famiglia Buendia.

Lo straniamento è amplificato ancora più dagli eventi soprannaturali che si verificano nel corso del libro: piogge di fiori, fantasmi e resurrezioni, che rendono l’essere umano ancora più in balia della sorte e incapace di stabilire il suo destino. La settima e ultima generazione termina con un cataclisma. Ha così fine la storia di questa famiglia, come predetto dalle pergamene dell’indovino Melquiadès.

Riflessioni dopo aver letto Cent’anni di Solitudine

Il romanzo Cent’anni di Solitudine di Gabriel Garcia Marquez è uno spiraglio nella comprensione della natura umana. È una presa di coscienza di quanto siamo realmente soli nell’universo e di quanto siano futili molte delle lotte che intraprendiamo. La consapevolezza della morte che è un dono e una maledizione, rende la vita un passaggio, un viaggio destinato a concludersi. I miliardi di modi in cui le donne e gli uomini decidono di percorrere questo cammino sono tutti diversi. Se un individuo potesse conoscerli tutti, vivendo le scelte di ognuno, avrebbe forse una comprensione di chi siamo. Da esseri umani, apprendere il più possibile degli altri, nello spazio di tempo che ci è concesso, è quello che possiamo fare.

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