Gabriele Orlini

El sol de mañana

“Adesso mi devi spiegare per quale motivo vuoi entrare in Villa.” “Perché la bellezza parte dal basso” gli risposi guardandolo dritto negli occhi.
Testo e Foto:  Gabriele Orlini

Villa 31, Città Autonoma di Buenos Aires, Argentina

“Adesso mi devi spiegare per quale motivo vuoi entrare in Villa?” – la sua voce non lascia molto spazio all’indecisione ma, forse perché accompagnata da una figura tutt’altro che discreta, non sono riuscito a trattenere un naturale istante di esitazione.

“Perché la bellezza parte dal basso”, rispondo guardandolo dritto negli occhi.

Siamo alti uguali ma lui certamente è più grosso. E pure più vecchio. Occhi scuri di chi le cose le ha viste, le ha vissute, e molte di queste comprese. O quanto meno accettate come parte naturale della vita. Per un istante ci guardiamo negli occhi, fissi, e non comprendo se il suo pensiero è di accettazione o di commiserazione nei miei confronti.

È una risposta veramente idiota” – e lo dice quasi con gentilezza, ma capisco che lo sguardo di prima, probabilmente, non era di accettazione. “Fatti trovare domenica a mezzogiorno da Tapia, il comedor, poi vediamo.”

Villa 31 in Buenos Aires | ©Gabriele Orlini

Furono queste le mie prime battute con Ricardo Capelli, amico fidato di una delle figure più carismatiche e significative dei miseri di Buenos Aires: il compianto Padre Carlos Mujica, sacerdote e professore argentino, tra i precursori del lavoro pastorale nelle baraccopoli della metropoli che, dopo aver dedicato la sua intera vita e la sua missione apostolica ai poveri della Villa 31, fu ucciso in un’imboscata la sera dell’ 11 maggio 1974, all’uscita della messa, davanti la chiesa porteña di San Francisco Solano a Villa Luro. Quattordici colpi d’arma da fuoco. Molti di questi diretti nel volto come fosse un’esecuzione. Nello stesso agguato Ricardo, unico testimone a fianco di Padre Mujica, fu colpito quattro volte ma riuscì miracolosamente a salvarsi dopo un lungo ricovero e otto operazioni.

L’Argentina di quell’epoca, già reduce di varie dittature militari e molte crisi dello stato sociale, trova nella politica peronista uno spiraglio utopico, seppur lodevole, per la lotta alla povertà e nel dare dignità al lavoro. Due mesi dopo l’uccisione di Padre Mujica, una Buenos Aires ancora scossa per l’accaduto si sveglia con la morte di uno dei presidenti più amati – seppur controversi – del Novecento: Juan Domingo Perón, marito di quella Eva Duarte – da tutti conosciuta come Evita – che riuscì a infervorare l’intero popolo argentino e la sua classe operaia dal balcone di Casa Rosada in Plaza de Mayo.

Sono gli albori di una delle pagine più tristi e sanguinarie della storia argentina; Isabel Martínez de Perón, già vice presidente, prende le redini del paese e diventa la prima donna al mondo a capo di uno stato repubblicano. Il suo governo, però, si concluse molto rapidamente il 24 marzo 1976, con un colpo di stato guidato dal generale Jorge Rafael Videla, a seguito dell’aumento della violenza, dei disordini sociali e dei problemi economici. 

Da quel momento Ricardo Capelli, già promotore del lavoro di Padre Mujica, diviene scomodo testimone della sua morte e dei suoi esecutori politici, e per questo fu perseguitato, minacciato più volte e infine imprigionato come detenuto desaparecido nel 1978. Dopo qualche tempo prende coraggio e denuncia l’autore materiale dell’omicidio, il commissario Eduardo Almirón del gruppo paramilitare Tripla A (Alleanza Argentina Anticomunista), legato al Ministero dell’Assistenza Sociale dell’epoca, guidato dallo scrittore e poliziotto José López Rega, già confidente influente dei coniugi Perón.

Villa 31 in Buenos Aires | ©Gabriele Orlini

Agglomerati di speranze

Si chiamano Villa Miseria, o semplicemente Villa, e devono l’origine del nome a due scuole di pensiero: una romantica e tipicamente italiana, l’altra invece più accreditata.
Secondo quella romantica il nome (Villa) deriva dall’innata ironia degli immigrati napoletani che nei primi anni del Novecento si ritrovavano a lavorare sulle navi in attracco nel vicino Puerto Madero – oggi uno dei più eleganti e moderni quartieri di Buenos Aires. Non avendo alcuna possibilità di alloggio, costretti a dimora in baracche lungo i binari della vicina stazione di Retiro San Martin, i tani iniziarono a definire “ville” le loro case per prendersi un po’ in giro, vista la condizione in cui vivevano.
Ma sembra invece che il nome sia stato preso dal romanzo del 1957 di Bernardo Verbitsky “Villa Miseria también es América” (Anche Villa Miseria è America, ndr) dove si descrivono le terribili condizioni di vita dei migranti interni durante la cosiddetta “Década Infame” (1930-1943).

Le Villa Miseria sono spazi di segregazione urbana. Barrios chiusi dentro la metropoli, nati a seguito delle prime migrazioni dall’interno del Paese e, soprattutto, dall’Europa all’inizio del XX secolo. Villa 31 fu costruita nel 1930 ed è la più antica di queste villas miserias presenti a Buenos Aires. Pur attraversando processi diversi, tra cui qualche sporadico tentativo di urbanizzazione o sradicamento, le villas sono ancora oggi quartieri auto-costruiti, in gran parte privi di infrastrutture e servizi di base (strade, luce, acqua, un sistema di fognature, …), spazi sempre più popolati dove la criminalità, le mafie locali e la droga trovano fertile terreno di espansione.

Con la caduta della giunta militare, le molte crisi politiche e, sopratutto, economiche, il governo che sembrava avere una visione reale per una soluzione al problema delle villas su proprio quello peronista di Néstor Carlos Kirchner all’inizio del nuovo millennio. Anche in questo caso la storia sembra ripetersi e, come già avvenne per Juan Perón, la dinamica quanto energica Cristina Fernández Kirchner, alla morte prematura del marito presidente, prende le redini del paese. Per otto anni “vende” la sua politica di sviluppo sociale a favore dell’ammodernamento delle villas nella loro trasformazione a barrio, così da renderle dei veri e propri quartieri con servizi, inseriti nel piano di sviluppo urbano.

Anche se molte volte si tratta di una politica più di facciata che di sostanza, la presidente acquista consensi ed entusiasmi da parte della classe operaia, come già era accaduto nel passato con Evita. L’idea del peronismo, però,risulta ormai vecchia e il solo riferimento anacronistico. Nasce così un’idea ancor più personale ed estrema: il kirchnerismo. Di fatto, però, poco efficace nei confronti delle Ville perché la direttiva nazionale di Cristina Kirchner si scontra con il governo di destra della Ciudad Autonoma de Buenos Aires, guidato dal conservatore Mauricio Macri, suo grande oppositore.

Ed è proprio il governo conservatore che reprime, spesso con la violenza, ogni tentativo di occupazione di terre da parte delle classi più povere. E proprio questa condizione di repressione e una crescente, quanto insoddisfatta, necessità abitativa hanno dato vita negli ultimi anni a un movimento di lotta per la casa che coinvolge in modo trasversale gli abitanti delle villas e i giovani della Ciudad.

Solo nel 2019 il governo della città, in linea con le direttive del governo nazionale, ha trovato un accordo per un enorme lavoro di riqualificazione delle Villa che comprende anche il censimento della loro popolazione.

Villa 31 in Buenos Aires | ©Gabriele Orlini

El Sol de Mañana

El Sol de Mañana è l’incontro con le vite, gli odori, il fango, le speranze e le passioni di queste persone che vivono fagocitate da una metropoli che sembra non voler trovare spazio per loro.
È il sole di domani, radicato nel cuore degli argentini, per cui la Patria è la propria casa, il proprio barrio, la comunità a cui si appartiene. E che con malinconica speranza affidano al domani quel che oggi ancora non hanno avuto.

Il progetto è stato realizzato all’interno di Villa 11-14, San Lorenzo e di Villa 31, agglomerato urbano che confina a nord con lo storico ed elegante barrio di Retiro e a sud con il moderno e lussuoso Puerto Madero. Villa 31 conta oggi una popolazione quantomai eterogenea di circa 60 mila persone, composta non solo da immigrati clandestini ma anche dalle giovani coppie porteñe che non possono permettersi altra soluzione abitativa all’interno della metropoli.

C’è una frase di Ricardo Capelli che porto ancora con me: “Chi ha fame, mangia piano” e dentro la Villa nessuno ha molta fretta. Anche se tutti sembrano andare da qualche parte, il più delle volte girano solo intorno, rimandando al domani l’idea che qualcosa possa ancora cambiare.

Photo: ©Gabriele Orlini | Musica: ©Luca Ciut
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