Storie in asia
Renato Rossetti
L’inferno di Jharia
Renato Rossetti

L’inferno di Jharia

Storie in asia

Ti accorgi che stai entrando nel villaggio di Jharia dal colore delle case. Le pareti sono annerite, la statua che ti accoglie arrivando da Dhanbad è colore della fuliggine e il terreno è invariabilmente grigio nero. Scendi dall’automobile e ti sembra di entrare nelle sabbie mobili di fango e terra bruciata.

Al di là di questa piccola cittadina si estende un’area grande quanto la città di Milano e forse ancora più grande. Nell’aria intrisa di carbone si sente l’odore acre di zolfo e si avverte il rumore, il rumore dei grandi impianti di estrazione del carbone. I crateri hanno un diametro di circa 300 metri e la profondità di circa 250. Oggi l’estrazione mineraria è più semplice di ciò che avveniva sino agli anni settanta. La dismissione delle miniere tradizionali ha permesso il sorgere di sfruttamenti più redditizi per l’industria. Le nuove tecnologie permettono scavi con macchinari potenti e sofisticati che sostituiscono il lavoro dei minatori. Questo è il risultato di Jharia, un immenso buco dai terreni pericolanti in uno dei tanti confini del mondo dove una moltitudine umana lavora, scavando, setacciando e selezionando il carbone, per la propria sussistenza.

Nel 1971 la maggior parte delle miniere furono abbandonate dall’industria con il risultato che il carbone residuo bruciasse spontaneamente per autocombustione. In particolare la BCCL – Bharat Coking Coal Limited chiuse le miniere sotterranee per aprire il nuovo fronte industriale. Ma questa decisione non regolamentata in una delle regioni più povere del mondo, ha creato molti lavoratori illegali, ufficialmente esclusi dal processo industriale ma ufficiosamente parte di esso. Le fenditure sul terreno lunghe anche qualche decina di metri sprigionano delle fiamme perenni e ciò rende questa area simile all’inferno. 

Jharia, India
L’inferno di Jharia | ©Renato Rossetti, 2020

I lavoratori illegali di Jharia

Accanto all’industria vivono e lavorano i lavoratori illegali. Per loro la situazione sanitaria è altamente precaria, e la povertà di tipo multidimensionale è qualcosa che si tocca con mano. Quest’ultima comprende condizioni minime di vita come l’approvvigionamento di acqua pulita, l’elettricità, la nutrizione e l’istruzione. I lavoratori illegali del carbone lavorano separatamente. Scavano e raccolgono carbone in un luogo che produce circa 20 miliardi di tonnellate di minerale all’anno per le principali industrie del paese. Guadagnano circa 1000 rupie a settimana, – circa 15 euro – e soffrono costantemente di malattie a carico dell’apparato respiratorio. Nella regione del carbone si lavora la mattina presto e la sera al tramonto, e la raccolta del minerale avviene in appositi punti in corrispondenza degli scavi industriali oppure in prossimità degli impianti di stoccaggio e spedizione. 

Al cospetto della zona maggiormente ricca di minerali dell’India, i decessi in questa area sono in quantità superiore alla media nazionale. Non per niente quest’area ha un tasso di PM10 superiore almeno di tre volte il limite consentito. Ho visto bambini in tenera età lavorare con i genitori e donne che si occupano del trasporto percorrendo diverse centinaia di metri col carico sulla propria testa. Uomini dediti all’estrazione ai quali ho dato dell’acqua per dissetarsi, sinceri e sorridenti per un gesto così semplice. La vita a Jharia è un circuito chiuso come altri luoghi del mondo. Il perpetuarsi di una situazione dalla quale è molto difficile sottrarsi. Una sorta di circolo vizioso fatto di sostentamento e diniego della propria persona. Un confine molto labile fra speranza e sopravvivenza.

Testo & Foto | Renato Rossetti
Printing & Scanning | Andrea Lanzeni

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Gli occhi dei Talibé
A ogni fermata di autobus, in ogni autostazione o punti di rifornimento, ci troviamo di fronte ai talibé – dall’arabo “talib” discepolo.
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