C’è un momento, prima di ogni viaggio fotografico, in cui smetto di guardare immagini e provo a capire davvero un luogo. Leggo, studio, guardo film, documentari, ascolto storie. Non mi piace arrivare vuoto in un Paese, soprattutto in Asia, un continente che continuo ad amare perché obbliga a rallentare lo sguardo; e i pensieri
La Corea del Sud era da tempo una meta che desideravo fotografare. Forse per il suo cinema,
forse per quella capacità di convivere costantemente tra tradizione e modernità. Prima della partenza, durante una delle tante ricerche fatte per preparare il viaggio, mi imbattei nelle Haenyeo.
Non ricordo il momento preciso, né quale articolo o documentario mi abbia portato fino a loro. Ricordo però la sensazione immediata: quella storia mi colpì profondamente. Donne che ancora oggi si immergono in apnea per raccogliere molluschi, ricci e alghe. Donne che lavorano nel mare con il proprio corpo, seguendo rituali e gesti tramandati da generazioni. Ma soprattutto custodi di una tradizione oggi in forte declino.
Fu in quel momento che decisi di andare a Jeju Island.

Arrivare alle Haenyeo non è stato semplice. Sull’isola quasi nessuno parlava inglese, le informazioni erano frammentarie e loro, comprensibilmente, molto diffidenti verso gli estranei. Non sono un fenomeno per straieri e rimane molto incontrarle. Devi cercarle. Camminare. Aspettare. Provare a capire dove e quando il mare possa restituirtele. Ricordo un giorno in particolare. Camminavo lungo la costa, stanco dopo ore senza risultati. Poi, quasi per caso, le vidi.
Erano vicino agli scogli mentre si preparavano a entrare in acqua. Mute nere consumate dal sale,
attrezzature essenziali, movimenti lenti e precisi. Cercai subito di interagire con loro, di spiegare chi
fossi e perché fossi lì, ma senza successo. La barriera linguistica era totale e i loro sguardi restavano
chiusi, prudenti. Finché un uomo del posto decise di aiutarmi. Fu lui a fare da tramite. E da quel momento qualcosa cambiò. Potei osservare la preparazione, il silenzio prima dell’ingresso in mare, quei gesti ripetuti migliaia di volte nella loro vita. Le vidi entrare nell’acqua senza esitazione, affrontando il mare con una naturalezza quasi disarmante. Io rimasi fuori ad aspettarle.
Le osservavo riemergere lentamente, respirare e poi sparire di nuovo sotto la superficie. In quel
ritmo c’era qualcosa di antico, quasi rituale. Alla fine le aiutai anche a trasportare ciò che avevano
raccolto. Ed è stato lì che ho capito davvero il senso di quel reportage. La soddisfazione non arrivava soltanto dalle fotografie. Arrivava soprattutto dall’averle trovate. Dall’aver condiviso, anche solo per poche ore, una realtà che continua a sopravvivere ai margini della modernità. Dall’aver provato a capire qualcosa culturalmente, prima ancora che fotograficamente.


Nei giorni successivi incontrai altre Haenyeo, molto poche. Ogni incontro sembrava ancora più fragile del precedente. Oggi l’età media delle pescatrici è molto alta e sempre meno giovani scelgono di continuare questa tradizione. È un lavoro estremamente duro, fisicamente logorante,
sempre meno sostenibile in una Corea del Sud sempre più urbana, veloce e tecnologica. In quel momento ho capito che non stavo fotografando soltanto una tradizione. Dietro quelle immagini c’era un intero mondo culturale costruito sul corpo, sulla resistenza e sulla memoria collettiva. Le Haenyeo non rappresentano semplicemente un antico mestiere legato al mare: rappresentano una forma di comunità femminile rara, tramandata per generazioni, dove esperienza, sacrificio e sopravvivenza hanno ancora un valore centrale.
Per decenni molte Haenyeo hanno rappresentato la principale fonte economica delle famiglie dell’isola. Il mare, per loro, non è mai stato qualcosa di romantico. È lavoro. Disciplina. Sopravvivenza.
Osservandole oggi, però, si percepisce anche altro: la sensazione di trovarsi davanti agli ultimi frammenti di un mondo destinato a trasformarsi definitivamente. In questi casi la fotografia smette di essere soltanto immagine. Diventa testimonianza. Memoria. Tentativo di conservazione. Mentre le guardavo sparire tra le onde di Jeju, continuavo a pensare proprio a questo: alcune culture non scompaiono improvvisamente. Si spengono lentamente, nel silenzio. E spesso ce ne accorgiamo soltanto quando restano poche persone a custodirle.
