
Edgar, 42 anni, minatore di Potosí conosciuto pochi giorni prima nei tunnel buio notte del Cerro Rico, mi manda foto di un arcobaleno, anzi, un doppio arcobaleno. Un’esplosione di luce e colore proprio sopra il mondo scuro e nascosto delle miniere.
Potosí, annidata sulle Ande boliviane a 4090m sul livello del mare, è un labirinto di strade polverose e strette, ignare del loro glorioso passato. Un tempo avrebbero potuto essere pavimentate d’argento, tanta era l’abbondanza del minerale estratto dal ventre del Cerro Rico, la ricca collina, che incombe su un agglomerato urbano simile a una costruzione Lego.

La ricca collina
Così era apparsa ai colonizzatori spagnoli nel 1545 – una ricca collina – quando scoprirono i tesori che nascondeva nel suo ventre. Si stima che oltre 8 milioni di persone vi abbiano perso la vita da allora. Un prezzo altissimo da pagare per soddisfare l’insaziabile fame di metalli preziosi che, purtroppo, non è diminuita con il tramonto dell’impero spagnolo, ma ha continuato a crescere, ed è oggi causa di conflitti e di morti in parecchie regioni del mondo. Si inizia a scendere sotto la terra quando si è poco più che bambini, per uscirne dopo anni di esposizione a sostanze tossiche, a rischio del mal de mina, che si infila silenziosamente nei polmoni. Questo se El Tio, il dio demone delle miniere, ascolta le preghiere e accoglie le offerte di foglie di coca, sigarette e alcol. Altrimenti la montagna ti mangia. Là sotto la situazione è precaria, con attrezzature di epoca coloniale, senza elettricità né sistemi di ventilazione, carrelli spinti manualmente, esplosioni di dinamite e pozzi profondi non segnalati Gli ingressi sono buchi scavati nel fianco della montagna, bisogna chinarsi mentre si procede seguendo tracce che portano sempre più in basso. Le uniche luci sono le lampade al litio indossate sui caschi, proiettano ombre che ti seguono facendo sembrare lo spazio ancora più stretto.
Night club
I minatori, organizzati in piccole squadre, fanno lunghi turni di lavoro e si concedono una pausa solo per una sigaretta, foglie di coca fresche da aggiungere a quelle che masticano incessantemente in un bolo tenuto a lato della bocca, e un sorso di etanolo. Il night club, uno spazio leggermente più ampio, dove ci si siede in cerchio, e si può stare in piedi dritti, senza picchiare la testa contro la roccia. Paura, fame e stanchezza non sono ammesse nelle miniere. I sensi si confondono, c’è poca percezione del tempo e dello spazio. L’unica cosa che conta è trovare tra le rocce qualcosa che porti abbastanza soldi per sfamare la famiglia. Quando finiscono la giornata, emergono coperti di polvere fine e grigia, strizzano gli occhi alla luce intensa che c’è fuori. Le donne lavano i loro vestiti in grandi lavatoi sommersi nel fango, gli stivali vengono gettati nei loro capanni da lavoro e loro si incontrano ai piedi della collina per una birra, o molte, se è venerdì. Edgar mi racconta che la sera va a scuola. Vorrebbe un futuro migliore, non tanto per lui, ma per il figlio, per le nuove generazioni, per avere la possibilità di scrivere un destino che ora pare essere già deciso, se nasci in una casa di minatori.



Narra una leggenda che, con tutto l’argento estratto dalla ricca collina, si sarebbe potuto costruire un ponte che la collegasse direttamente con il palazzo reale di Madrid. Il ponte, invece, è l’arcobaleno di Edgar, che arriva dritto con il ricordo del suo sorriso e di quelle giornate che sono state una forte dimostrazione di quanto la speranza, e la tenacia siano, anche in condizioni di povertà e disagio estremi, l’altra faccia della medaglia. Quella che vale la pena continuare a guardare e raccontare.
“Abbandonate ogni speranza, voi che entrate qui” scriveva Dante, nell’Inferno.
Ma forse i minatori di Potosí non lo hanno mai letto.