Erica Balduzzi
Candele nella roccia
Erica Balduzzi

Candele nella roccia

Una storia vissuta in

Nella torrida calura degli ultimi strascichi estivi, l’immobilità è rotta soltanto dal tremulo belato di capre lontane. Tutt’attorno, i pendii sassosi della penisola di Akrotiri si tuffano a picco in un mare blu cobalto, mentre il sentiero si srotola verso il basso, scomparendo tra arbusti spinosi e cumuli di pietre frementi di cicale. Creta, dietro di noi, è una madre dormiente che ci volge le spalle, ci offre una schiena di ulivi argentati, e il suo profilo svanisce lungo l’orizzonte in una nebbia umida, azzurrina. Ci pare di essere rimasti soli al mondo, sperduti in questo lembo di terra che sa di resina e di mare: una suggestione, probabilmente, visto che in realtà siamo poco distanti dalla città più frequentata dell’isola, Chania, e dal suo aeroporto internazionale che quotidianamente riversa fiumane di gente sull’isola di Minosse. Eppure… Qui lo scorrere del tempo è cambiato, l’abbiamo sentito sulla nostra pelle non appena ci siamo inerpicati lungo la strada che sale dal monastero di Agia Triada e giunge fino al monastero di Gouvernetou, e poi ancora oltre, lungo il sentiero ritorto come una corda che scavalla il promontorio dell’Akrotiri e scivola giù, giù, verso le propaggini scoscese della gola di Avlaki, dove grotte sacre ospitano antiche devozioni ascetiche e i resti del vecchio monastero eremitico di Moni Katholikon. Il silenzio qui è quasi un’entità fisica, vibrante.

Poi, d’un tratto, un suono che non ci aspettiamo: risate cristalline, uno squillante chiacchierare greco. E tre signore di mezza età con i sandali, ampie gonne scure e ombrelli per ripararsi dal sole sbucano come folletti da dietro la curva, sorreggendosi a vicenda. «Kalimera!», ci salutano gentili, prima di scomparire giù lungo il sentiero. 

Si lasciano indietro un senso come di sogno e una scia di profumo d’incenso. «Ma dove vanno?», chiede Martin, guardandosi gli scarponi da montagna e ripensando ai loro sandaletti. Non ne ho idea. Decidiamo di seguirle. Il monastero di Agia Triada l’abbiamo visitato solo due ore prima, quello di Gouvernetou anche meno, ma non ci sono mai parsi così lontani come in quel momento, mentre l’ombra della gola di Avlaki ci inghiotte, sulle tracce delle tre donne dalle risate squillanti. 

Di monasteri e di eremiti

Agia Triada è il più famoso e il più visitato dei complessi monastici ortodossi della penisola di Akrotiri, a est della città veneziana di Chania. La sua sagoma squadrata si staglia nel brullo paesaggio di vigneti e uliveti. In passato fu una ricca e fiorente comunità monastica: oggi di quel potere rimane poco, giusto sei monaci sotto la guida di Padre Damaskinos e un’eco di grande pace tra le mura gialle e rossastre, su cui spicca una grande bandiera greca e quella gialla con l’aquila nera della chiesa ortodossa. Tra i turisti ciabattanti che scattano foto all’edificio e ai cortili, tra il verde degli aranci e il fucsia delle buganvillee, i monaci si muovono pacifici e austeri nelle loro tonache nere, folte barbe grige e capelli lunghi sulle spalle, prendendosi cura di gattini randagi all’ombra dei vasi di terracotta e chiacchierando sommessamente con l’anziano giardiniere, sdentato e bruciato dal sole. Quando ci vede, seduti tra le aromatiche con il taccuino, l’uomo si avvicina, dice qualcosa in greco che proprio non capiamo e poi, con un sorriso, ci allunga un limone e torna alla sua carriola. Ad Agia Triada viene facile pensare che la spiritualità sia qualcosa di rassicurante: un limone al sole, un monaco che stende la tonaca fuori dalla sua cella, un altro che porta il mangime per i polli, una chiesa luminosa di icone dal fondo azzurro cielo. 

Per arrivare al Moni Gouvernetou, invece, bisogna salire. Letteralmente, salire verso l’alto lungo una strada tutta curve, che fende la montagna a zigzag e conduce infine a uno dei monasteri fortificati più antichi di Creta, massiccio, con i resti dei torrioni nei quattro angoli della cinta muraria e un’atmosfera ascetica, remota. Ma oltre il portoncino che conduce al cortile – l’unico luogo, insieme alla chiesa, in cui i visitatori hanno accesso – scorgiamo del movimento: alcuni monaci si affaccendano attorno a un’icona decorata di fiori freschi, fedeli accendono manciate di lunghe ed esili candele, si chinano sull’icona e la baciano con devozione, tuffano le dita nella ciotola zuccherosa di frittelle e loukoumi che un novizio alto e allampanato, dal sorriso scarno, porge a chiunque passi di lì, noi compresi. 

«Who’s this saint?», gli chiediamo. Ma lui non capisce bene l’inglese e noi non parliamo greco, quindi passiamo ai gesti. Infine il giovane monaco si illumina in viso, parlotta con un compagno, entrambi ci fanno cenno di seguirli. «Come, come!», e poi, «No photo», e ci conducono nella chiesa del monastero, ci sospingono davanti a un’altra icona raffigurante il medesimo santo di poc’anzi: accanto al dipinto, una scatoletta d’argento reca una cupola marroncina sul coperchio. Alcuni fedeli entrano, si inchinano, si segnano tre volte alla maniera ortodossa e baciano dapprima l’icona, poi la cupolina. L’incenso annebbia i contorni, di sottofondo si sente un salmodiare antico, un coro profondo di voci maschili, e il ragazzo più giovane ci osserva, in attesa. Ci indica l’icona, poi la scatoletta argentata: «Great devotion», spiega, «St John the Hermit, great devotion». Poi, visto che ancora non ci arriviamo, tenta di essere più specifico, si tocca il capo, poi indica la cupolina: «Head. St John’s head. Very important relic. You kiss it?».  Fortunatamente in quel momento un altro fedele reclama la sua attenzione, lui ci perde di vista e noi ne approfittiamo per ringraziare e defilarci dal sacro teschio. 

Tra Oriente e Occidente

Alle celebrazioni per la festa del santo asceta più importante di Creta ci siamo capitati per caso. E così scopriamo che ci manca ancora l’ultima tappa: il Moni Katholikon, costruito della gola di Avlaki dai seguaci di San Giovanni l’Eremita, il monastero ascetico abbandonato poi a causa delle continue incursioni dei pirati. 

È lungo il sentiero per il Katholikon che troviamo l’Arkouspilos, la Grotta dell’Orso con la sua minuscola chiesetta rupestre, il suo palpito fumoso di candele dimenticate e la stalagmite che, secondo una leggenda, altro non è che un orso pietrificato dalla Vergine Maria per aver tentato di rubare l’acqua potabile dal pozzo dei monaci che abitavano la grotta. Ed è qui, anche, che incrociamo le tre signore e decidiamo di seguire le loro voci. 

Per qualche momento ci pare di averle perse, svanite in questo microcosmo sospeso di macchia mediterranea, così gentile e, insieme, così aspra. Poi il sentiero si muta improvvisamente in una ripida scaletta di pietra, nel fianco roccioso della montagna si aprono altre grotte, piene di candele e di offerte: panini rotondi, icone, alcune monetine. Infine, un canto soave: e davanti agli occhi ci si aprono un cortiletto, la facciata di una chiesa scavata nella roccia, i resti di una vecchia costruzione ormai semi sgretolata dal tempo, il Moni Katholikon, dalla parola greca che significa “centrale”. Le tre signore sono all’interno, hanno acceso altre candele, spazzato fuori la polvere e le foglie sospinte dal vento, e cantano gli inni a San Giovanni l’Eremita: si preparano ad accogliere i fedeli che, quella stessa sera, scenderanno fino alla grotta per pregare. In un cesto dal tovagliolo candido, spicca una grande pagnotta. 

E mentre le loro voci melodiose si librano in questo cono d’ombra pietrosa dove nemmeno il sole riesce più a penetrare, mentre l’incenso s’addensa in fitte nubi tra i muri muffiti della vecchia chiesa e le lunghe candele baluginano d’oro sulle cornici di antiche icone mangiate dalle tarme, capiamo improvvisamente cosa intendeva Nikos Kazantzakis quando definì Creta “la perfetta sintesi tra Oriente e Occidente”. Ascoltiamo ancora per qualche minuto il canto delle donne, poi facciamo un inchino, accendiamo una candela, e infine ci voltiamo per tornare alla luce, per tornare al nostro viaggio. 

Testo e Foto | Erica Balduzzi
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Autore

Erica Balduzzi
autore, staff

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L’isola di Gavdos è probabilmente il luogo perfetto per un progetto simile, la terra ideale su cui costruire utopie.
Terra di pastori e di banditi, di partigiani e di ribelli. Terra di tradizioni forti, e di una storia che rischia di scomparire.
Erica Balduzzi
Un po' dottoresse, maghe e psicologhe, arrivavano laddove la medicina ufficiale non arrivava o arrivava troppo tardi.
Il 31 gennaio, ad Ardesio, si celebra la “Scasada del Zenerù”: letteralmente la “scacciata di Gennaione”.

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