Nella terra degli infedeli

Nelle valli del Chitral pakistano vive il popolo Kalasha: religione politeista, lingua antica, riti che resistono al tempo, in una comunità che si assottiglia di anno in anno

di Marco Marcone

Non discendenti di una leggenda, ma un popolo che vive: i Kalasha custodiscono una fede sopravvissuta ai secoli in una terra che il tempo minaccia di riscrivere

Khyber Pakhtunkhwa, Pakistan

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Tra le montagne del nord del Pakistan, là dove l’Hindu Kush disegna uno dei paesaggi più spettacolari e isolati dell’Asia centrale, sopravvive una comunità che sembra appartenere a un’altra epoca. Per raggiungere le valli del Chitral bisogna affrontare ore di strada tra canyon, passi montani e villaggi sospesi sul vuoto, in una regione che per decenni è rimasta ai margini del turismo internazionale. Ma è proprio qui, nelle valli di Bumburet, Rumbur e Birir, che vive il popolo dei Kalasha, una delle minoranze etniche e religiose più affascinanti del continente asiatico.

Il viaggio verso queste vallate non è soltanto geografico. È un attraversamento culturale che porta lontano dall’immagine stereotipata del Pakistan. Superato il Lowari Tunnel e lasciata alle spalle la valle dello Swat, il paesaggio cambia improvvisamente: terrazze coltivate, boschi, torrenti impetuosi e case in legno e pietra si arrampicano lungo i pendii. In questo scenario remoto vivono circa tremila Kalasha, conosciuti storicamente anche come “kafiri”, ovvero “infedeli”, un termine nato in senso dispregiativo per indicare la loro religione politeista sopravvissuta nei secoli in una regione quasi interamente islamica.

Chilam Joshi Festival
Chilam Joshi Festival – ©Marco Marcone, 2026

Passeggiando nei villaggi colpiscono subito i dettagli: gli abiti neri delle donne ricamati con perline colorate, i copricapi decorati da conchiglie, i volti chiari che hanno alimentato per secoli la leggenda secondo cui i Kalasha sarebbero discendenti dei soldati di Alessandro Magno. Gli studi genetici hanno effettivamente individuato legami con popolazioni euroasiatiche occidentali, anche se la vera origine di questo popolo resta ancora avvolta dal mistero.

La loro identità non si manifesta soltanto nei tratti fisici o nella lingua antica che parlano, ma soprattutto nei rituali e nelle tradizioni che continuano a scandire la vita quotidiana. Tra questi, il momento più importante dell’anno è il Chilam Joshi Festival, celebrato ogni maggio come festa della primavera e della rinascita. Per quattro giorni le vallate si trasformano in un grande teatro all’aperto: uomini e donne si riuniscono nei villaggi tra processioni, canti, musica tradizionale e danze collettive. Si prega per la fertilità della terra, per gli animali e per la buona stagione che sta per iniziare.

Chilam Joshi Festival
Chilam Joshi Festival – ©Marco Marcone, 2026
Chilam Joshi Festival
Chilam Joshi Festival – ©Marco Marcone, 2026

Assistere al festival significa entrare, almeno per qualche giorno, in una dimensione sospesa. I tamburi risuonano tra le montagne, le danze si protraggono fino al tramonto e gli ospiti vengono accolti con una spontaneità sorprendente. Non c’è nulla di costruito per il turismo: il Chilam Joshi è prima di tutto una celebrazione comunitaria, un rito identitario che permette ai Kalasha di riaffermare la propria esistenza in un mondo che cambia rapidamente.

Eppure, dietro il fascino di questa cultura, si percepisce anche una fragilità profonda. I Kalasha vivono circondati da realtà molto diverse dalla loro e il numero della popolazione continua a diminuire. Modernizzazione, migrazioni e pressioni religiose mettono lentamente a rischio un patrimonio culturale unico. È anche per questo che visitare le loro valli richiede rispetto e discrezione: qui il viaggio non è consumo di esotismo, ma incontro con una minoranza che lotta ogni giorno per preservare la propria identità.

Chilam Joshi Festival
Chilam Joshi Festival – ©Marco Marcone, 2026

Nel vicino Afghanistan, le popolazioni kafire furono convertite forzatamente all’Islam alla fine dell’Ottocento e l’antico Kafiristan venne persino ribattezzato Nuristan, “terra della luce”, in riferimento alla nuova religione islamica. Nelle vallate pakistane del Chitral, invece, l’antica fede dei Kalasha è sopravvissuta quasi miracolosamente. Forse grazie all’isolamento geografico, forse grazie alla tenacia di questo piccolo popolo di montagna.

Quando si lascia la regione e si torna verso Peshawar o Islamabad, resta addosso la sensazione di aver attraversato una frontiera invisibile tra passato e presente. Le valli Kalasha non sono soltanto una meta remota: sono uno degli ultimi luoghi al mondo dove la storia continua ancora a vivere dentro i gesti quotidiani di una comunità sospesa tra leggenda e resistenza culturale.

Testo e Foto:  Marco Marcone
Testo originale in Italiano - Traduzione interna
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