Storie in europa
Erica Balduzzi
La scasada del Zenerù
Erica Balduzzi | Martìn Cambriglia

La scasada del Zenerù

Storie in europa

Arriviamo ad Ardesio che ha appena fatto buio.
A quest’ora il paese non è che un grumo di case scure picchiettate di lucette gialle: le sagome di alcuni campanili sbucano dai tetti come matite appuntite, tutt’attorno la massa densa delle montagne incombe sulla valle, nera nera come sanno esserlo soltanto i pendii di conifere di notte, durante l’inverno. Dalla macchina pare di esserne inghiottiti. Salendo da Bergamo lungo la Valle Seriana, la strada scivola accanto a capannoni e a colate di cemento che di volta in volta assumono la forma di case squadrate o di brutte costruzioni industriali a ridosso del fiume: ma poi d’improvviso si sale, davanti al parabrezza si iniziano a intravedere le sagome aguzze e innevate delle Prealpi Orobie, la valle dell’industria cede a malincuore il passo alla valle montana, la strada si fa sottile e sinuosa, sempre più scura. Non è difficile immaginare la bellezza di questi scorci in una giornata di sole: ma siamo a fine gennaio, il sole è calato da un pezzo, l’oscurità è densa e gelida e la strada deserta che conduce al borgo orobico non rende l’idea della bolgia che incontreremo da lì a poco nelle sue stradine attorcigliate.

Scasada Zenerù Martìn Cambriglia
Illustrazione di Martìn Cambriglia, ©2020

Una cerimonia di propiziazione

Il 31 gennaio, ad Ardesio, si celebra la “Scasada del Zenerù”: letteralmente la “scacciata di Gennaione” (zenèr, in bergamasco, significa appunto gennaio, e zenerù ne è l’accrescitivo o il peggiorativo, a seconda delle interpretazioni).
Un po’ rito agro-pastorale riesumato dal passato e un po’ manifestazione turistica, un po’ tradizione e un po’ folklore, la Scasada è prima di tutto un grande momento di aggregazione per tutto il paese, l’occasione per ricordare le radici contadine e pastorali che qui, in barba a tutti i discorsi su quanto la modernità faccia male alla memoria storica, la gente è ben lieta di rivendicare con orgoglio.
E lo si capisce già guardando le persone che a passo svelto si radunano man mano: moltissimi sono giovani, ragazzi e ragazze con gli smartphone in una mano, una sigaretta nell’altra e un grosso campanaccio di mucca legato attorno alla vita, e nel clangore del metallo si raggruppano, ridono e fanno baccano attorno all’enorme fantoccio che rappresenta il Zenerù, appunto, prima che parta la sfilata e che la vera e propria manifestazione abbia inizio. 

La Scasada del Zenerù si ricollega ai riti popolari montani che, nelle società contadine e nelle vallate di tutto l’arco alpino, celebravano la fine del freddo e l’arrivo della primavera; cerimonie propiziatorie di risveglio della natura, di scacciata del freddo e di invocazione della bella stagione che, tra i giorni della merla e quelli del carnevale, mettevano in scena con la maschera, con il rumore e con il fuoco una ritualità collettiva per esorcizzare le paure dell’inverno ed evocare la necessità ciclica di “uccidere” come comunità ciò che è vecchio per far spazio al nuovo. Elementi che ritornano anche nella Scasada di Ardesio, sotto forma del fantoccio del Zenerù – che ogni anno con sembianze diverse viene condotto nelle vie del paese prima di essere messo al rogo – e del frastuono delle ciòche, i campanacci che i mandriani mettevano al collo delle mucche durante la transumanza e che oggi ci si lega in vita per scuoterli con più agio, in un evidente rimando al tema della fertilità, umana e della terra.

Cacciare gennaio

Quando raggiungiamo lo spiazzo da cui partirà la sfilata, la gente sta ancora arrivando alla spicciolata: si stringe in capannelli, si avvicina al carro con il fantoccio (che quest’anno raffigura il portiere dell’Atalanta), lo studia, ride, si fa fotografare. Si sente il clong-clong di qualche campanaccio poco convinto, sembra più che altro una prova o un test di qualità, il vero baccano arriverà dopo.

Fa freddo, molti si stringono nei cappotti, molti altri nei lunghi e scuri tabarri di lana chiusi al collo con una fibbia d’argento: sono i mantelli che usavano i pastori e i mandriani in altura, di lana spessa e calda, e da queste parti stanno vivendo un certo revival stilistico. Li invidiamo un poco: la nostra giacca a vento leggera non è adatta all’aria tagliente che cala dall’alta valle. I più giovani, invece, sono anche i più calorosi: indossano jeans all’ultima moda e camice di flanella a quadri, si scattano selfie e poi agitano con aria vissuta il campanaccio che si sono legati in vita, più fanno baccano si divertono. L’aria sa di attesa, si riempie di risate e del vociare cadenzato di queste parti; chi arriva viene salutato in dialetto stretto, passano grandi pacche sulle spalle e richiami a gran voce, che si intrecciano agli sguardi cortesi ma distaccati verso chi, come noi, è palesemente furestèr, cioè forestiero, non del paese. Il confine è sottile, ma netto: noi partecipiamo, dice quel confine, voi guardate. E a guardare, infatti, è venuta tanta gente, dai paesi limitrofi e dalla città di Bergamo, quasi 50 chilometri più a valle: la pro loco lavora bene, il Zenerù viene pubblicizzato già da dicembre, richiama di anno in anno sempre più turisti e curiosi. Forse è per questo che alcuni dei locali storcono in naso, dicono che il Zenerù di oggi non c’entri molto con quello del passato. Troppa gente, dicono, troppi inviti a gruppi popolari che non c’azzeccano nulla con il territorio. Troppo folklore che fa colore ma non fa cultura né ricordo.

Che sia vero o meno, alla gente che gremisce la piazza poco importa. Al suono dei campanacci si è unito ora quello dei corni ricavati dalle corna dei becchi (strumenti usati anticamente dai pastori e dai contadini per chiamarsi l’uno l’altro a grande distanza), ma anche il fracasso di chi, sprovvisto di strumenti della tradizione, ha portato coperchi di padelle o lattine vuote legate tra loro con il filo: vale tutto, purché si faccia rumore. Si gira attorno al fantoccio come omaggiando un idolo pagano. «Il rumore serve per scacciare l’inverno! – ci spiega un entusiastico e nerboruto pastore, che porta legato alla vita un campanaccio grande quanto il mio torace e lo dondola come se fosse un campanellino di poco peso – Più casino si fa, prima arriva la primavera!». E quasi a convincermi della cosa, agita convinto il campanaccio, subito seguito a ruota da quei pochi che ancora non avevano cominciato a fare baccano e dai bambini che vogliono partecipare all’atmosfera di eccitazione generale.

Il rito del fuoco

Quando la sfilata del Zenerù prende il via, ci sono ormai parecchie centinaia di persone in piazza, il frastuono è assordante, la calca pure. A guidare il corteo è il gruppo folkloristico invitato quest’anno, i Boes e Merdules da Nuoro, e il clangore dei loro costumi tradizionali si somma a quello dei locali, in un boato che vicolo dopo vicolo invade il paese e i cortili, riempie le orecchie, esclude tutto il resto.

La gente segue il corteo, prende il vin brulè offerto nello spiazzo, si affaccia dai balconi e dalle terrazze, chi può partecipa per un breve tratto con le mani a coppa sulle orecchie. Ma è il falò il vero momento culminante della manifestazione: è lì che gli animi si scatenano, è lì che i giovani suonatori di campanaccio riscoprono per qualche momento un animo selvaggio. Mentre le fiamme avvolgono il Zenerù e allungano lingue roventi verso un cielo di montagna pieno di stelle, tutt’attorno si consuma una danza forsennata, un rito che sa di tribale, un ritorno – almeno per un poco – a ciò che dovevano essere queste valli tanti secoli fa, quando a comandare era la natura e non l’uomo. È solo un momento, dura pochi minuti.

Poi il vento gira le fiamme, sparge lapilli roventi sulla folla che assiste al falò, la disperde in pochi minuti. La festa è finita, è tempo di tornare a casa, di rintanarsi al calduccio dopo la sfida al grande freddo di fine gennaio.
Ardesio si svuota e anche per noi, le orecchie doloranti e la testa piena di fragore, è ora di rientrare a valle.

Testo e Foto | Erica Balduzzi
Illustrazione | Martìn Cambriglia
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Martin Cambirglia
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