Storie in nord america
Lisa Zillio
High Line, malinconica e indisciplinata bellezza
Lisa Zillio

High Line, malinconica e indisciplinata bellezza

Storie in nord america

Sono stata a New York la prima volta nel 2013. Era agosto e faceva caldo, un caldo soffocante, e umido. Quando arrivi a New York la prima volta, tutto sembra enorme, tutto sembra alto – anzi altissimo – e tutto è diviso in blocchi. Orientarsi a Manhattan è semplice proprio per questo: le sue strade seguono una struttura a griglia e sono divise in street, disposte orizzontalmente, e avenue, a loro perpendicolari. Camminare per Manhattan significa trovare angoli retti a ogni incrocio e la sensazione è un po’ quella di muoversi costantemente sul perimetro di qualcosa senza poterci mai entrare davvero. È come star sempre sull’uscio, nella frenetica attesa che qualcuno apra la porta. O almeno questo è quello che è successo a me. Alla fine, però, una porta aperta l’ho trovata. Si trova nel West Side di Manhattan e si chiama High Line.

High Line: da ferrovia sopraelevata a finestra su Manhattan

La High Line, oggi, è un parco urbano che si staglia nel cielo di Manhattan per 1,45 miglia, lungo una ex linea ferroviaria sopraelevata. Questa venne costruita negli anni Trenta del secolo scorso per trasportare merci e sostituire così una ferrovia a livello stradale, conosciuta come la Death Avenuela strada della morte – per i numerosi incidenti.

Nel 1980 la High Line cadde in disuso, venne abbandonata e si trasformò presto in un gioiello di archeologia industriale, dove la natura giorno dopo giorno riconquistava i propri spazi. Come si può immaginare, tanti furono gli interessi in gioco in quegli anni tra chi voleva demolirla per costruirci altro e chi voleva salvarla e riqualificarla. Vinse questa rocambolesca lotta, fatta di battaglie legali e sognatori-visionari, l’associazione Friends of the High Line, fondata nel 1999 da Joshua David e Robert Hammond. 

Nel 2006 fu indetto il concorso per la riqualificazione della struttura e il progetto che si aggiudicò l’appalto fu quello proposto dalla cordata Diller Scofidio + Renfro & Field Operations. Il progetto prevedeva 4 fasi di intervento, corrispondenti ad altrettante parti di questa linea verde urbana. La prima è stata completata nel 2009, la seconda nel 2011, la terza nel 2014 e l’ultima – lo Spur – nel 2019. 

Una greenway che non è solo una linea verde

Quando l’ho incontrata per la prima volta, la High Line non era completa: mancavano la terza e la quarta parte. Era solo a metà, ma era già parte di New York, dei newyorkesi, e anche di tutti gli stranieri che visitano giornalmente questa città. Perché? Perché tanto attaccamento a qualcosa di transitorio in una città mutevole come questa?

Ho conosciuto Rick quando ho cominciato a chiedere in giro perché New York amasse tanto la High Line. Ho passato giorni camminando avanti e indietro lungo questa linea in grado di squarciare il West Side di Manhattan. L’unica da cui si poteva entrare nella città a 9 metri d’altezza. Rick è un architetto e all’epoca lavorava presso il Center of Active Design. Abbiamo passato più di un pomeriggio a parlare del progetto: lui conosceva di persona lo studio che lo avevano ideato. Ma soprattutto, anche lui amava visceralmente l’High Line. 

Mi sono rimaste impresse due parole ricorrenti nelle nostre chiacchierate: malinconica e indisciplinata, entrambe riferite alla struggente bellezza di questa ferrovia abbandonata. È proprio da qui che sono partiti per realizzare quella che oggi è l’High Line. L’idea era tradurre in un parco urbano l’eredità di questa infrastruttura dove la natura ha riconquistato il suo spazio. Ma nulla qui è lasciato al caso. Vedete per esempio quei fili d’erba selvatica che crescono tra le fessure del marciapiede? È voluto, non è un caso. È permesso dal sistema di pavimentazione che lascia degli spazi liberi tra una piastra e l’altra. Qui, la biodiversità e l’elemento antropico sono liberi di conoscersi e integrarsi.

Miele, passeggiate e arte

In quei giorni ho incontrato tantissime persone. Cheryl, apicoltrice, ha quattro-cinque arnie su uno dei rooftop che si affacciano sulla High Line e produce il cosiddetto miele di New York. Barron viene qui tutti i giorni dopo l’ufficio. Ancora con il completo addosso, passeggia fino al grande e colorato murales all’altezza della 25° strada. Sara e le sue amiche si incontrano spesso nell’anfiteatro che dà sulla 17° strada. A Connie, invece, piace rilassarsi sugli sdraio che trova tra la 14° e la 15° strada.

Mark è qui con i suoi due figli, Bob e Mel, per partecipare a una delle tante attività organizzate per le famiglie dall’associazione Friends of The High Line. C’è chi viene a correre (anche se in alcune ore, specialmente nelle giornate di bel tempo, c’è davvero troppa gente per farlo), chi a leggere un libro, chi a suonare il sax o a perdersi nel suo orizzonte.

Perché, come ha scritto Adam Gopnik in questo articolo pubblicato sul New Yorker: “The High Line does not offer a God’s-eye view of the city, exactly, but something rarer, the view of a lesser angel: of a cupid in a Renaissance painting, of the putti looking down on the Nativity manger.

Testi, Foto e Video | Lisa Zillio
Editor | Gabriele Orlini
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