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Intervista Àlen Loreti
Panorama da Monte Catone verso le colline di Monte del Re e Monte Calderaro | ©Àlen Loreti

Il niente che manca davvero

Dal taccuino di DooG | Staff

Abbiamo chiesto ai nostri autori e al nostro network di rispondere a tre domande su come stanno affrontando questo difficile momento storico. Ecco qui le risposte di ÀLEN LORETI, promotore e coordinatore del Fondo Tiziano Terzani.

C’è una bellezza del mondo, anche banale, che hai riscoperto in questo periodo? 

In questo periodo di isolamento ho riscoperto una certa essenzialità, il poter fare a meno di alcune cose. Mi torna alla mente quel passaggio di “Avventure in Africa” (1998) di Gianni Celati quando scrive: «Ma poi si sa che quando uno è lasciato dietro a un vetro, tende a sentire che gli manca qualcosa, anche se ha tutto e non gli manca niente, questa mancanza di niente forse conta qualcosa, perché uno potrebbe anche accorgersi di non aver bisogno davvero di niente, tranne del niente che gli manca davvero, del niente che non si può comprare, del niente che non corrisponde a niente, il niente del cielo e dell’universo, o il niente che hanno gli altri che non hanno niente.» Ecco, sarebbe bello se questo tipo di attenzione per il niente, o il necessario, che abbiamo imparato in questo lungo periodo di restrizioni potesse conservarsi nel tempo: sarebbe una bella risposta a ogni tipo di futuro spreco. 

Come credi la tua professione sia cambiata o cambierà?

Sto traslocando proprio perché non ho più una stabilità. Parlare di smart working in Italia nel 2020 come fosse una rivoluzione, o una soluzione, è deprimente, rivela tutto il nostro provincialismo. All’Italia mancano vere riforme: liberare la donna dal ricatto domestico costruendo asili per i bimbi e ricoveri per gli anziani, dando lavoro e garantendo retribuzioni eque (chi si ricorda dell’Articolo 37 della Costituzione?), restituire meritocrazia e risorse all’università e alla ricerca (di cui, dopo anni di vergognose campagne no-vax, abbiamo riscoperto l’assoluta importanza pubblica), azzerare il precariato e lo sfruttamento (soprattutto degli immigrati, su cui speculano la criminalità e i partiti neofascisti), colpire senza pietà i legami tra Stato e criminalità (che in queste emergenze festeggiano), rinnovare l’apparato della P.A. che è arretrato quanto le sue infrastrutture, ripensare il sistema creditizio sottoponendolo a una sorveglianza reale e sostenere le imprese oneste facendo in modo che chi è piccolo possa crescere e irrobustirsi, riattivare una coscienza comunitaria nelle sempre più sfilacciate strutture sindacali, connettere fisicamente e socialmente le periferie – urbane e rurali – al resto del Paese… mi fermo qua.

Ma ti faccio un esempio pratico: nel 2010 scrivevo i Meridiani di Terzani con una adsl che saltava di continuo, abitavo in campagna e la rete telefonica, pur abitando a soli 5 Km dalla città, era un colabrodo. Stiamo parlando di Imola, dove da decenni imprese e cooperative registrano export di assoluto rilievo. Oggi, dopo 10 anni, se torni in quella casa non ci sono ancora né fibra né adsl: ho dovuto connettere l’abitazione con una banda ultra-larga via radio. Dieci anni. Mi domando: ma un agricoltore che è obbligato ad avere la PEC per la propria impresa o una persona che, come ora, ha bisogno dell’autocertificazione che deve scaricare dal sito del Governo o mia nipote che deve seguire le lezioni scolastiche da casa, mi spieghi come fa? Come si possono pretendere obblighi di legge se non si garantiscono i diritti che si traducono in servizi?

Questo Paese è su di un piano inclinato da decenni. Come diceva Sereni: «L’Italia, una sterminata domenica». Solo che poi arriva il lunedì e siamo sempre in emergenza, sempre. Come si può parlare di futuro se nessuno lo programma e lo costruisce in modo responsabile? I borghi si spopolano, le colline franano, i fiumi esondano, i cavalcavia crollano, le città invecchiano, le librerie chiudono, gli evasori restano impuniti, le fabbriche inquinano… è davvero questo il meglio che sappiamo fare? O «Tanto vale vivere» come scriveva Dorothy Parker?

Un’immagine, un libro e una canzone che rappresentano per te questo periodo.

Partiamo dalla canzone: da buon romagnolo per tirare su il morale potrei suggerire una bella “birichina” quelle polke d’un tempo che per anni ho visto ballare dai miei genitori, magari suonata dal mitico Wolmer Beltrami. Visto però che mi piace la musica elettronica, e son cresciuto con l’Eurodance degli anni Novanta, in questo periodo sto riascoltando Robert Miles. La sua “Children” è un brano che tra 100 anni – se il consorzio umano non si estinguerà – spiegherà la nostra epoca, anche questa, meglio di tante parole.

Un libro: mi perdoneranno Raffaello Baldini e Tonino Guerra, ma Nino Pedretti è stato uno dei più grandi poeti del Novecento. “Al Vousì” (Einaudi) è una raccolta che celebra la sua poetica innestata sulla quotidianità e sulle rimembranze. C’è una poesia “I nomi delle strade” adatta a questo periodo. Però mi sento di citare anche un emiliano, perché non c’è Romagna senza Emilia: Gian Carlo Conti, un gigante purtroppo dimenticato. Negli “Inediti dal quaderno delle poesie” (Diabasis) ci sono descrizioni di sensualità, desiderio e tenerezza che tutti abbiamo provato e che in questo momento di distanze e separazioni ci fanno capire quanto sia importante coltivare legami autentici.

Un’immagine: in queste settimane vedere la fila di camion diretti verso il crematorio di Ferrara è stato sconcertante, doloroso. A tutto ciò si contrappone il distacco e la vitalità della natura che torna a occupare gli spazi lasciati liberi dall’uomo: l’erba che spunta in Piazza del Campo a Siena, meduse e pesci che guizzano nei canali di Venezia, cervi a passeggio nei borghi montanari. Terzani l’aveva capito bene: «Se l’umanità ha una speranza di sopravvivenza, questa è nel ritrovare un equilibrio con la natura».

Ecco, è stato inevitabile porsi la domanda: e se capitasse a me? Se domani non fossi più qui? Qualcuno disse “sai chi sei quando sai dove vuoi essere sepolto”. Ci ho pensato e, anche se non è tecnicamente possibile, vorrei riposare nel luogo dove son cresciuto, tra i vigneti e i calanchi di Monte Catone. L’attimo in cui il sole precipita oltre la linea dell’Appennino, quando resta quel chiarore che fa pensare a certi tramonti di Turner, è di tale bellezza che solo i poeti possono descriverlo. Jean Giono una volta scrisse: «Ho visto la luce di Venezia all’estremo Nord della Scozia, sulla costa atlantica, verso Mallaig», e i poeti sono incapaci di mentire! Fosse stato a Monte Catone, magari in un giorno di fine settembre, sono sicuro che avrebbe provato lo stesso struggimento, lo stesso stupore.

Testo | Àlen Loreti
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