È mattino presto in Isaan. E anche oggi i 13 gradi mordono la pelle. Fa freddo, almeno per queste zone. Anche i local sembrano contrariati e vestono i cani di strada con maglioncini colorati per non lasciarli in balia della notte. Io stesso, che arrivo dal nord, ho consumato settimane a cercare tra i mercati notturni qualcosa di adatto a queste temperature anomale. Senza successo. A meno di non voler emulare qualche gruppo K-pop coreano di fondo classifica. E non mi sembrava il caso.
Alla fine ho desistito. Tanto, ho pensato, tra qualche settimana torna il caldo. Ma dopo due mesi lo sto ancora aspettando. Fiducioso, arriverà, mi dico. Nel frattempo il mercato è diventato casa.
Khaw heniyw na maa è il primo messaggio del mattino, quasi inaspettato. Sorrido.
Ci siamo conosciuti durante il Songkran (il Capodanno thai) e sono passati oltre dieci mesi da quel giorno. Il mio isaan è diventato quasi sufficiente per sopravvivere, ma non certo per dialogare. Il suo inglese non è mai esistito. Eppure parliamo, e a volte ci capiamo. Molte altre, no. Ma siamo ancora qui, entrambi, senza preoccuparci del perché. Lei dice: il karma. Io: perché no.
Il primo messaggio del mattino, in un villaggio dell’entroterra laotiano sulle sponde del grande fiume, è un invito a colazione a casa della madre. È lì che lei adesso (ri)vive, dopo aver lasciato in Thailandia una vita che la stava consumando. E il padre di suo figlio, ormai adolescente, che il Covid le ha tolto.
Mi attende una colazione a base di riso glutinoso, carne, forse pesce, o entrambi; verdure che mai vedranno la cucina di MasterChef (per fortuna, penso) e, certamente, qualche strano miscuglio molto piccante per tenere insieme tutti i sapori. Il caffè – nero, amaro, caldo, annacquato, a me tanto caro – non è previsto. Ma posso contare sulla BeerLao che cura i mali, e ne crea di nuovi. Mi adatterò. In fin dei conti c’è molto più gusto nel vivere la scoperta che nel perseverare nella convinzione o nelle certezze. Potrebbe essere un mantra. E in realtà lo è.
Un paio di chilometri su un motorino nato durante la guerra mi ricorda che ogni cosa va cercata, ascoltata, compresa, e solo dopo (eventualmente), valutata. Respirando la polvere di camion e sterrato sabbioso lungo quei pochi chilometri realizzo, ancora una volta, che noi, dal nord del mondo, siamo più bravi a percorrere quella lista al contrario. Fermandoci al primo punto. Appagati. Colmi del nostro sapere. Valutiamo. E giudichiamo. Troppo spesso senza prenderci il tempo di capire.

A Ban Thabôk, nemmeno ventimila abitanti, più famiglie che persone, la polvere e i sacchetti di plastica vengono cullati dal vento e dalla scia dei tir che tagliano il villaggio a tutta velocità, senza nemmeno salutare. Adagiata sulla spina dorsale del paese, lungo la Nazionale 13, la cittadina non ha un centro e nemmeno un agglomerato urbano. Solo una strada, tre templi, un piccolo centro sanitario, una pompa di benzina, qualche motel, un night club, e un mercato che è il centro della vita. Piantagioni di alberi della gomma, cassava, e poco più. Quasi ventimila respiri tra polvere e sabbia. E il grande fiume, la madre di tutte le acque: il pacioso Mekong che scorre, bagna i campi, custodisce il Naga, rasserena gli spiriti.
Ban Thabôk non rappresenta il mondo, ma è un mondo. Al mattino si sveglia, mangia, produce, cresce. Alla sera va a dormire. E la notte ama, beve, parla, vive e muore. Anche qui qualcuno scappa dalla terra: chi decide che i campi non sono destino e lo cerca altrove, dietro le portiere dei camion fermi per una notte bum bum o nei minivan diretti nella capitale, novanta chilometri più in là. Unghie colorate su maschi alla conferma di sé. Braccia forti dirette a nord: fabbriche, cantieri, strade. L’Impero di Mezzo ingoia, e non restituisce.
Ma ogni uomo e ogni donna è figlio e figlia del proprio clima, della propria strada, delle proprie perdite. Non esiste un modello da esportare. Esistono mondi. Ognuno con la sua grammatica, le sue ferite, le sue soluzioni provvisorie. Noi, dal nord, chiamiamo mancanza ciò che non assomiglia ai nostri standard. E la chiamiamo soluzione quando assomiglia a noi. È la stessa scorciatoia: giudicare prima di ascoltare.
La Nazionale 13 continua a tagliare Ban Thabôk, i camion continuano a non salutare, il Mekong continua a fare il suo lavoro antico. E mi accorgo, ancora una volta, che il mondo non ha bisogno delle nostre certezze. Che ogni mondo basta a se stesso.
È pieno di Ban Thabôk che non chiedono di essere salvate, ma solo di essere viste per ciò che sono. E forse, per una volta, dovremmo accettare che il nostro modo non è il modo. Ma solo uno dei tanti possibili.
È tornato il caldo in Isaan. Com’era prevedibile. Il mercato, intanto, continua a essere casa.