I figli di Maidan

In ognuno di loro uno spirito nazionalista malsano, che va oltre la vita stessa.
Che non vede affetti, mogli, figli, madri, padri, che piangono le loro assenze, e che devono rassegnarsi a ritrovare figli con la guerra incisa sul corpo.

I figli di Maidan

Conflitto ucraino, 2016

La periferia orientale dell’Ucraina oggi non è altro che un cumulo di edifici distrutti, dove si convive con i boati dei colpi di mortaio e delle granate, a causa di un conflitto iniziato nel 2014 in piazza Maidan e che ancora continua a ferirla.
Una guerra che molti giudicano congelata, ma che è realtà, presente nel cuore dell’Europa.

I protagonisti sono le forze governative di Kiew e i ribelli separatisti filorussi delle autoproclamate Repubbliche di Donetsk e Lugansk, nella regione del Dombass.
In risposta alla ribellione filorussa, il governo ucraino lancia un’operazione antiterrorista (ATO), ripristinando la Guardia Nazionale, sciolta nel 2000 per tagli alla spesa pubblica, che apparteneva alle Forze Armate Ucraine. A rafforzare la Guardia Nazionale e l’esercito regolare, si aggiunsero battaglioni di volontari, con militanti dalle ideologie di estrema destra.

Ed è proprio su di loro che ho rivolto la mia attenzione. Nello specifico al Battaglione Dombass e il Battaglione Azov.
Nel Primo caso mi sono recata a Marynka, in una delle zone di conflitto attivo, nella regione del Donetsk, a 170 metri dalla linea del confine.
Lo scenario davanti ai miei occhi era quasi surreale: mine, filo spinato, ammassi informi di lamiere contorte, l’odore di gomma bruciata che mi riempiva le narici. Tra casse di munizioni e disordine ovunque, si aggiravano gatti randagi e soldati da volti sfatti, ma fieri, fieri di essere Ucraini, con le mani annerite dal grasso degli AK47.
Si cercava di mantenere una parvenza di normalità in una situazione assurda: c’era chi accendeva una sigaretta, chi sorseggiava un caffè, chi abbracciava e si prendeva cura di un kalashnikov dalle impugnature sbiadite. Ed proprio su questa contrapposizione che ho fermato il mio sguardo, volendo rappresentare un momento di sospensione dell’azione, una pausa nel tempo frenetico della guerra.
Gli sguardi persi nel vuoto dei militari e soprattutto il loro accostamento con oggetti ed elementi del quotidiano (bicchieri sul tavolo, panni stesi, gatti) li decontestualizza dallo scenario di guerra e al tempo stesso esaspera la contrapposizione intrinseca tra il loro lato umano e il loro “ lavoro” di soldati, un lavoro che costringe ad essere disumani.

Nel secondo caso mi sono spostata ad Urzuf, dove vi è la sede del quartier Generale del Battaglione Azov. Questo è l’unico Battaglione di volontari che dispone di una fabbrica propria di carri armati. I suoi membri non hanno mai fatto mistero di mostrare simpatie per le croci uncinate. Emblema del Battaglione è infatti un simbolo runico utilizzato dalle SS naziste e il Sole Nero esoterico, anch’esso di ispirazione nazista, ricorrenti e indelebili sulla loro pelle.

Questi due Battaglioni sono quelli che si sono maggiormente distinti in questi anni di conflitto, costituiti per lo più da mercenari dell’ideale, guidati da convinzioni analoghe: quelle di un “nuovo ordine” e di una “rivoluzione nazionale”.
Marcato, infatti, è in ognuno di loro lo spirito nazionalista, un nazionalismo malsano, che va oltre la vita stessa, che non vede affetti, mogli, figli, madri, padri, che piangono le loro assenze, temporanee e spesso perenni, o che devono in alternativa, rassegnarsi a ritrovare figli che la guerra l’hanno incisa sul corpo.
Quest’ultimo aspetto è stato invece affrontato in un ospedale militare di Kiew.

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