La terra perduta di ribelli e tessitrici

Terra di pastori e di banditi, di partigiani e di ribelli che nemmeno il dominio turco sull’isola è mai riuscito a piegare.
Terra di tradizioni forti, come la sua gente, e di una storia che rischia di scomparire.

La terra perduta di ribelli e tessitrici

Isola di Creta | Grecia, 2019

Tornante dopo tornante, la strada si immerge nel ventre lunare delle Lefka Ori e arranca verso il paese di Anopolis in un paesaggio da sogno o da incubo, a seconda dei punti di vista. Da un lato c’è il Mar Libico, le cui acque lambiscono dolcemente i piedi della regione cretese di Sfakia. Dall’altro lato della strada, invece, si solleva un’ossatura bianca di rocce spelate che ha valso alle Lefka Ori (in italiano Montagne Bianche) il nomignolo affettuoso di Madàres, cioè “nude”.
A tratti compare la sagoma di un ulivo aggrappata a una cresta rocciosa, ma finisce lì: il resto sono vento, arbusti spinosi, ciottoli che rotolano dai pendii fin sulla strada e belati di capre vicine e lontane. E avvoltoi, anche: Thomas, la nostra guida, accosta sullo strapiombo e ce ne indica alcuni che volteggiano in alti cerchi nel cielo pallido sopra le nostre teste. Sono animali maestosi, solenni, perfetti per questo mondo di nuda pietra tagliata da strade deserte.
All’improvviso, nell’immobilità del caldo ottobre cretese risuonano un rumore di rocce frananti e un belato sgomento e terrorizzato, che si smorza in un tonfo sinistro poco distante da noi. Poi è di nuovo silenzio spettrale, rotto soltanto dalle grida lontane degli avvoltoi: «hanno trovato la cena», commenta Thomas.
Non è raro trovare capre sfracellate sui massi, qui: gli animali si inerpicano sulle pareti verticali per raggiungere qualche cespuglio spinoso, ma la roccia delle Lefka Ori è friabile, la morte sempre vicinissima agli zoccoli. Thomas resta per qualche istante immobile a contemplare la vastità desolata che ci circonda, gonfia il petto e prima di rientrare in auto si lascia andare a un sospiro fiero: «Ah, Sfakia!». Poi si riparte verso Anopolis, minuscolo villaggio di pastori e agricoltori conficcato come una scheggia nel cuore indomito dell’isola più grande della Grecia.

Valli ribelli

Quando l’auto si lascia alle spalle il blu del mare e il bianco delle rocce spoglie, davanti al parabrezza si apre all’improvviso uno splendido altopiano verdeggiante abbracciato da una corona di monti: file di ulivi argentati digradano dai pendii fino al paese, tra recinti, muretti a secco e casette basse. Di tanto in tanto un cartello sbilenco indica la presenza di qualche studios (appartamento in affitto) o di “rooms to let” poco distanti, tra gli orti: più spesso, a farsi notare sono grossi pick up neri parcheggiati accanto ai trattori, i pianali occupati da taniche lerce o da grossi cani pastore dallo sguardo truce.
La dolcezza bucolica del villaggio di Anopolis è solo apparente: la materia di cui è fatto il paese è la stessa dura e aspra delle Madàres che lo circondano.
Questa è terra di pastori e di banditi, di andàrtes (partigiani) e di ribelli che nemmeno il dominio turco sull’isola è mai riuscito a piegare figurarsi se ce la fanno Atene o l’UE; è terra di vita grama e di radici potenti, di identità e fierezze. Proprio in questo villaggio nacque Ioannis Vlachos, l’eroe nazionale conosciuto come Daskalogiannis, che nel 1770 guidò la prima rivolta cretese contro la dominazione ottomana: lui pagò con la vita, il villaggio con una ritorsione feroce che lo rase al suolo, ma lo spirito fiero di quella rivolta ancora permea queste vallate, e non basta un po’ di make-up turistico per celarlo.

A dimostrarlo ci sono i cartelli stradali crivellati di proiettili, i teschi di capra appesi alle recinzioni e il cipiglio orgoglioso degli uomini, occhi chiari nei visi bruciati dal sole e gli abiti rigorosamente neri, alcuni con il sariki scuro (la sciarpa tradizionale, con le frange a simboleggiare le lacrime) avvolta sul capo. «Prima di essere greci, si è cretesi – ci spiega Thomas -. E qui, prima di essere cretesi si è sfakioti». Ed essere sfakioti, scopriamo, significa soprattutto onorare le proprie radici: non facile, quando sempre più depliant patinati propongono la “selvaggia Sfakia” come un’attrazione turistica, cambiando radicalmente il volto a un territorio che per secoli è rimasto immutato e trasformando le tradizioni – il cibo, le feste di paese, gli oggetti di artigianato – in intrattenimento low budget, la squisita ospitalità locale in uno stereotipo da cartolina.

Rosso per il sangue, nero per il dolore

Per noi l’ospitalità sfakiota ha il volto tondo e vivace di Evangelìa Kopasi, che ci apre le porte di casa sua e ci abbraccia come se ci conoscesse da sempre, parlotta in greco con Thomas e poi sparisce in cucina per riemergere con le braccia cariche di ogni bendidio: piatti di frittelle locali, come sfakianopite farcite di mizithra (formaggio morbido di capra) e coperte di miele di timo e kalitsounia ripiene di erbe, tazze di caffè greco fumante, piattini di mosto cotto con zucchero e sesamo… Il cortile, sotto il pergolato di uva fragola, è una festa: «Parakaló! Per voi, ospiti!».

Ha voglia di raccontare, Evangelìa. Siamo venuti da lei per scoprire le tradizioni dell’entroterra cretese, ma ci rendiamo conto che quello che cerchiamo entro pochi anni rischia di essere un fantasma: «questo è il nostro mondo e lo vediamo scomparire – spiega la donna -. Sappiamo che è un processo inarrestabile, che non si può fermare il tempo che scorre. Però, è doloroso». Evangelìa ha 54 anni ed è nata e cresciuta ad Anopolis: insieme all’anziana zia Vangelio, è una delle poche donne del luogo ancora capace di lavorare al telaio tradizionale sfakiota e di filare i tessuti che custodiscono l’identità dell’altopiano di Anopolis. A cominciare dai colori: il rosso per sangue versato e il nero per il dolore, che insieme raccontano la vita e la morte in questa terra dura ed esigente. «Con queste stoffe – spiega Evangelìa – si preparano i sakulia, le grandi sacche utilizzate dai pastori quando salgono alle madare, gli ovili nelle montagne: servono per trasportare gli attrezzi, il cibo, anche gli agnelli e i formaggi ritornando dalla transumanza». Solo pochi anni fa, i sakulia rossi e neri erano abitualmente utilizzati dagli abitanti di Anopolis come regalo di nozze, insieme alle tovaglie e agli asciugamani realizzati sempre al telaio e finemente ricamati a mano: erano preparazioni lente e raffinate, ma anche occasione di socialità e di incontro tra le donne del paese.

«Gli uomini si incontravano nei kafénio a parlare di politica, noi nei cortili per tessere e lavorare al telaio. Ogni famiglia aveva il suo, che veniva tramandato di donna in donna. Il nostro, vedi?, mia zia Vangelio l’ha ereditato 60 anni fa da sua nonna, che già lo usava da decenni». L’enorme struttura di legno porta i segni del tempo: i pezzi rovinati sono stati aggiustati con rimpiazzi di fortuna, come bastoni per le tende o paletti per i pomodori, e legati tra loro con stracci o corde. Evangelìa lo tiene in cortile sotto il pergolato e tesse la ruvida lana rossa e nera mattina e pomeriggio: è veloce e precisa, nelle mani la perizia di chi fa quel lavoro fin da quando è bambina; mentre lei lancia la navetta tra i fili e annoda i ricami tradizionali, la zia cuce e la aiuta a intrecciare stretti stretti i legacci dei sakulia.
Negli occhi delle due donne c’è un velo di amarezza: sanno bene che quando loro non ci saranno più non resterà nessuno a custodire e tramandare questa tradizione. «Alle ragazze non interessa imparare – spiega Evangelìa -. Non conviene: ci si mette troppo tempo e non sono prodotti che oggi hanno un grande mercato… Hanno valore per noi, ma per chi passa di qui in vacanza costano troppo e non significano nulla.
Dicono che possono trovarli uguali e più economici nei negozi di souvenir. Uguali… Come no».

Radici fonde

L’anziana Vangelio condivide con la nipote la tristezza di chi vede l’ombra del proprio mondo allungarsi sul presente. Nata 85 anni fa nel minuscolo villaggio di pescatori di Loutro e trasferitasi ad Anopolis dopo il matrimonio, ha visto il suo borgo natio spopolarsi lentamente, le case degli abitanti lasciare spazio agli alberghetti e ai ristorantini, i pescatori e i pastori sfakioti ai turisti tedeschi, inglesi, italiani: «questi paesi ora vivono solo in estate. Prima erano abitati tutto l’anno: oggi, quando chiude la stagione estiva muore tutto. A Loutro in inverno non ci abita più nessuno».

Le politiche dell’Unione Europea non sempre aiutano: qui la crisi ha colpito meno forte che altrove in Grecia e i segni dell’austerity sono più sottili; ma i fondi UE sono concessi solo per alcuni interventi rurali specifici e chi investe sul territorio lo fa a discapito delle coltivazioni tradizionali della zona, come la vite, o esclusivamente in ottica di potenziamento turistico.
«Non c’è molto che possiamo fare – continua Evangelìa -. Il turismo è innegabilmente una risorsa, soprattutto per i giovani, se fatto con rispetto. Ma le nostre tradizioni, così, rischiano di scomparire… Stanno già scomparendo. E cosa rimarrà poi? Quando la gente cercherà altre mete per le vacanze, quando cesseranno i fondi UE per la “riqualificazione rurale”? Cosa resterà di noi, allora, se avremo perso tutto?». È per questo motivo che le due donne non vogliono cambiare i ricami dei loro filati né introdurre disegni nuovi: «Non è questione di estro personale o di fantasia.
Queste decorazioni e questi colori hanno un significato e un valore: rivelano chi siamo e da dove veniamo.
È la nostra identità, e non la possiamo né vogliamo cambiare. Cosa siamo noi, senza le nostre radici?».

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