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Intervista a Erica Balduzzi
Panorama | ©Erica Balduzzi, 2020

Una narrazione per il futuro

Dal taccuino di DooG | Staff

Abbiamo chiesto ai nostri autori e al nostro network di rispondere a tre domande su come stanno affrontando questo difficile momento storico. Ecco qui le risposte della giornalista, reporter freelance e autrice di DooG Reporter ERICA BALDUZZI.

C’è una bellezza del mondo, anche banale, che hai riscoperto in questo periodo? 

Questi giorni sospesi e lunghissimi mi hanno fatto riscoprire il gusto di veder scorrere il tempo, di percepirne i mutamenti nei cambi di colori, luci e profumi dei paesaggi fuori dalla finestra. Mi sono accorta che, in tempi “normali”, le stagioni si fondevano l’una nell’altra senza che me ne accorgessi, mentre ora sono il metro con cui definire il “fuori”. 

Questo mi ha portato anche a riscoprire, per la sua attuale impossibilità, il bisogno e il piacere di camminare a lungo, di vedere la strada o il sentiero srotolarsi sotto i passi, di sentirne il peso nei piedi e di assaporarne il senso intimo di libertà. È una delle cose che davo per scontate, prima. 

Come credi la tua professione sia cambiata o cambierà?

Credo che questa crisi abbia riportato a galla un urgente bisogno di storie. Di storie raccontate bene, umane, capaci di mostrare la complessità di un mondo che ora – mentre condividiamo su scala globale un lockdown sanitario durissimo – si mostra ancora più composito. Il Covid-19, mi pare, sta facendo saltare il banco dell’urgenza delle breaking news, ridando valore a un narrare che sia più lento, curato, attento.

Abbiamo scoperto che abbiamo più tempo e che siamo tutti più in balia dell’esterno: per questo credo che la mia professione avrà un’enorme responsabilità nel futuro, per raccogliere i cocci di questa situazione, restituirne la complessità, recuperare le miriadi di storie locali che saranno il corpus reale di questa pandemia, raccontarne le cicatrici. Forse, essendo io bergamasca e avendo vissuto questo periodo nell’hotspot della pandemia, sento fortissima l’esigenza collettiva di dare voce a tutte queste storie. Una sorta di narrazione per il futuro. 

Credo quindi che il giornalismo dovrà abbandonare progressivamente la foga bulimica delle notizie ingozzate (e spesso poco precise). E nonostante le preoccupazioni pratiche  – precariato, che farò domani, che farò tra un mese o due – questo in un certo senso mi rasserena. 

Un’immagine, un libro e una canzone che rappresentano per te questo periodo.

Di primo acchito direi che l’immagine più rappresentativa di questo periodo, per me, è quella dei camion militari che portano le bare fuori dalla città di Bergamo. Ma ce n’è un’altra, che le fa da contraltare: i cartelli, scritti a mano e attaccati alle vetrine di alcuni negozi chiusi della città, con scritte come “Un abbraccio per Bergamo” o “Ce la faremo”. Forse che questa non è una città che manifesta apertamente né il suo dolore, né la sua solidarietà: ma queste due immagini, insieme, per me raccontano bene questo periodo. 

Il libro è Annus Mirabilis, di Geraldine Brooks, un romanzo che racconta l’epidemia di peste del 1666 in un villaggio inglese: una storia di sofferenza, di comunità che si disgrega e si ritrova, di superstizioni e di solidarietà. E, infine, di rinascita. 

Quanto alla canzone, direi che è Memory, del bellissimo film giapponese Departures.  

Testo | Erica Balduzzi
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