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Cambogia
Masterclass in reportage
Street food, Kampong Cham | ©Gabriele Orlini, 2019
Street food a Kampong Cham, Cambogia | ©Gabriele Orlini, 2019

La sinestesia del fotoreporter

Dal taccuino di Gabriele Orlini

Diari dalla Cambogia | Kampong Cham, 28 agosto 2019

La sinestesia è un fenomeno sensoriale-percettivo, che indica una “contaminazione” dei sensi nella percezione.
Il fenomeno neurologico della sinestesia si realizza quando stimolazioni provenienti da una via sensoriale o cognitiva inducono a delle esperienze, automatiche e involontarie, in un secondo percorso sensoriale o cognitivo.

Harrison, John E. | Simon Baron-Cohen (1996)

Nel tempo trascorso a Kampong Cham c’è stata l’occasione di fermare le gambe e lasciare correre i pensieri. Operazione necessaria per riposare il corpo e rinfrancare lo spirito.

Per questa ragione il diario di oggi non riporta storie cambogiane ma da esse ne prenderà spunto per cercare di comprendere alcune intimità del fotoreporter.
Nel mio mestiere di fotoreporter, almeno nel modo in cui la professione mi è “caduta addosso” – parafrasando il compianto Marco Pesaresi –, hai la grande fortuna di percorrere le strade del mondo con un occhio che non appartiene alla gente normale – perché noi non siamo tutti dritti.
Lo facciamo con una curiosità che è parte del nostro fare, una ricerca che è voglia di raccontare e non solo brama di sapere.
Nel mestiere del fotoreporter, la fotografia in sé è solamente l’atto conclusivo di ciò che hai compreso e non può che essere solo una frase della tua narrazione, e non la narrazione stessa. E , perché questo accada, hai la necessità di lasciar correre liberi i sensi, le percezioni, le cognizioni.

Liberi gli occhi nello scegliere di guardare ciò che sommariamente sei portato solo a vedere. Libero l’udito nel cogliere le sfumature dei sussurri o lo stridolio delle voci. Libero il tatto nell’attenzione e consapevolezza che le tue mani sono tanto importanti quanto i tuoi occhi di reporter. Libero il gusto nel riconoscere sensazioni buone anche quando sai che stai per mangiare cose schifose. E, forse il più importante, libero l’olfatto anche quando la puzza di marcio dentro un mercato o in un villaggio potrebbe falsare la tua percezione del bello.

Si convive, nel quotidiano, con una dicotomia di pensieri, un astrolabio di sensazioni, di ricordi, di memorie. Di storie ascoltate e riportate, narrate e raccontate. Storie di persone come lo siamo noi, ma non è la nostra storia. Si entra nelle case, nelle esperienze, nel vissuto di altri uomini e, per un istante – o molti istanti – ne diveniamo parte, come fantasmi liberi di muoverci nei nervi dell’empatia.
Fermare l’attimo che riteniamo utile, narrabile, e coglierne l’essenza con una fotografia, nel desiderio di riportare a casa non l’esperienza, ma il racconto, il frammento.
Ed è in quel frammento che lasciamo una parte di noi. E a lungo andare ci può consumare. Sporcare.

In quelle fotografie non è solo presente la narrazione di un fatto o di una vita. In quelle fotografie è presente anche una piccola parte della vita del reporter che ha scelto di viverne una – e molte – partendo da quella degli altri.
E non c’è nulla di epico in questo, anzi, molte volte è solo ingenuità che qualcosa possa cambiare. Arroganza che possa servire mentre, in realtà, ingrassa la pancia di altri attori non protagonisti ma vincitori di oscar.

Street food, Kampong Cham | ©Gabriele Orlini, 2019
Street food a Kampong Cham, Cambogia | ©Gabriele Orlini, 2019

Il fotoreporter ha fame.
Ed è qui che arriva la sinestesia

Il fotoreporter ha fame.
E come i morsi della fame acuiscono anche altri sensi, noi portiamo nella sacca che ci appartiene e che non possiamo scollarci di dosso, tutti i sensi che, a volte – come fossero piccole ischemie –, cozzano tra loro e procurano scintille. Una sinestesia, appunto.
E allora ti capita che visitando un mercato di una cittadina o di un villaggio, i forti odori di cibo mal conservato e a fine vita scatenino in te il ricordo di altri luoghi e di un altro vissuto. E lo senti nella mani, nella testa.

A me accade che l’odore delle cipolle borettane in agrodolce mi porti alla mente l’odore acre e dolciastro di un corpo bruciato in zona di guerra. E in quel ricordo così vivido e tangibile una carica di adrenalina scorre nel mio corpo. Quella stessa che mi porto in quella situazione.
Oppure, al tatto di una pelle crespa, immediatamente colgo nel naso il profumo di cardamomo e incenso del Medio Oriente.

Sono le nostre piccole debolezze. Sono parte della scelta – e le sue conseguenze – di fare questo mestiere. Parte della ragione del perché andiamo alla ricerca di storie da raccontare sapendo che ne rimarremo segnati. Perché quella macchia è una sorta di compromesso con il mondo che solchiamo, per la fotografia che riportiamo a casa.
Un prezzo da pagare per sentirsi vivi, donando il tempo che consumiamo nel raccontare la vita di altri per la prova di essere vivi e poterlo urlare.

Il fotoreporter, nel viaggiare, pensa alla prossima storia da raccontare conoscendone già il prezzo.

La gente normale, invece, pensa solo al prossimo viaggio.

Testo | Gabriele Orlini
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Documentary Photoreporter
Racconto le storie dei singoli, uomini e donne che insieme formano quel puzzle scomposto chiamato Umanità e a cui tutti, in qualche modo, apparteniamo.
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